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  • L’Estetica dell’Eternità: L’Epopea di Bruno Sacco e la Definizione dell’Identità Mercedes-Benz

    L’Estetica dell’Eternità: L’Epopea di Bruno Sacco e la Definizione dell’Identità Mercedes-Benz

    L’universo del design automobilistico è costellato di figure che hanno saputo interpretare il gusto di un’epoca, ma rarissimi sono i visionari che hanno avuto il potere e la costanza di plasmare l’identità di un marchio per oltre quarant’anni.

    Bruno Sacco, scomparso il 19 settembre 2024 all’età di 90 anni a Sindelfingen, non è stato semplicemente un designer; è stato l’architetto di un’era d’oro per la Mercedes-Benz, il custode di un linguaggio formale che ha elevato l’automobile da prodotto industriale a icona culturale imperitura.

    Nato a Udine nel 1933, Sacco ha saputo fondere la sensibilità estetica italiana con il rigore ingegneristico tedesco, creando un equilibrio simbiotico che ha reso le “Stelle” di Stoccarda tra le vetture più ammirate e desiderate della storia.

    Il suo contributo non si è limitato alla bellezza delle linee, ma si è esteso a una filosofia strutturale basata sulla coerenza intergenerazionale, un approccio che ha garantito la longevità del valore del marchio in un mercato spesso dominato da tendenze effimere.

    Le Radici di un Destino: Dal Friuli alla Formazione Torinese

    La storia di Bruno Sacco inizia in un’Italia che, pur tra le difficoltà degli anni ’30, conservava un legame profondo con l’arte della meccanica e della geometria. Figlio di un comandante di un battaglione di fanteria di montagna e di un esperto di geometria, Sacco ricevette un’educazione improntata all’ordine e alla precisione, elementi che sarebbero diventati i cardini della sua carriera.

    All’età di soli 17 anni, si diplomò come il più giovane geometra d’Italia nella sua Udine, dimostrando precocemente una padronanza dei volumi e delle proporzioni che lo avrebbe guidato nel futuro.

    Tuttavia, il momento della vera “epifania” stilistica avvenne nel 1951 a Tarvisio. Mentre pedalava per le strade della città, il giovane Sacco fu colpito dalla vista di una Studebaker Commander Regal, disegnata dal leggendario Raymond Loewy.

    La modernità di quell’auto, così radicale rispetto ai canoni europei del tempo, agì come un catalizzatore: Sacco comprese in quell’istante che la sua vita sarebbe stata dedicata al design delle automobili.

    Per approfondire questa vocazione, si iscrisse al Politecnico di Torino, scegliendo un percorso in ingegneria meccanica che gli fornì le basi tecniche necessarie per comprendere che la forma non può mai essere disgiunta dalla funzione.

    Negli anni universitari, Sacco ebbe l’opportunità di immergersi nel cuore pulsante della carrozzeria italiana. Collaborò con istituzioni prestigiose come Ghia e Pininfarina, dove apprese la sensibilità per le superfici e la capacità di gestire le linee in modo armonico.

    Questi atelier erano laboratori di sperimentazione dove la manualità artigianale si scontrava con le prime necessità della produzione industriale.

    Sacco assorbì questa dualità, comprendendo che un design di successo deve essere non solo bello, ma anche realizzabile ed efficiente.

    L’Approdo in Daimler-Benz e la Cultura del Rigore

    Nel 1958, spinto dal desiderio di confrontarsi con realtà internazionali, Sacco decise di lasciare l’Italia per la Germania. Fu assunto da Daimler-Benz come stilista e costruttore, entrando a far parte di un dipartimento che, all’epoca, era ancora subordinato alla gerarchia ingegneristica.

    Sotto la guida di giganti come Karl Wilfert e Friedrich Geiger, Sacco iniziò il suo percorso di integrazione in una cultura aziendale dove l’integrità tecnica era il valore supremo.

    Nonostante l’intenzione iniziale fosse quella di una permanenza breve, il matrimonio con Annemarie Ibe e la nascita della figlia Marina lo portarono a stabilirsi definitivamente a Sindelfingen, diventando nel tempo più “tedesco” dei tedeschi nella sua dedizione al marchio.

    I primi progetti a cui Sacco partecipò furono fondamentali per definire il futuro di Mercedes-Benz. Collaborò allo sviluppo della monumentale Mercedes-Benz 600 (W100), la vettura prediletta da capi di stato e regnanti, dove l’eleganza formale doveva convivere con una complessità meccanica senza precedenti.

    Parallelamente, lavorò alla 230 SL “Pagoda” (W113), una roadster che oggi è considerata un capolavoro di purezza, famosa per il suo hard-top concavo che migliorava la visibilità e la rigidità strutturale.

    Questi anni furono una palestra di umiltà e apprendimento, durante i quali Sacco comprese che l’identità di un marchio come Mercedes-Benz si costruisce attraverso la continuità e non attraverso strappi stilistici gratuiti.

    Il Ruolo Cruciale della Sicurezza e il Progetto C111

    Un passaggio spesso sottovalutato ma determinante nella carriera di Sacco fu il suo trasferimento temporaneo al dipartimento di sicurezza sotto la direzione di Béla Barényi, il pioniere della cellula di sicurezza e delle zone a deformazione controllata.

    In questa fase, Sacco non si occupò solo di estetica, ma di come il design potesse salvare vite umane. La sua collaborazione con Barényi portò alla creazione dei veicoli sperimentali di sicurezza (ESV), dove la forma dell’auto veniva dettata dalle necessità di protezione degli occupanti e dei pedoni.

    Questa esperienza culminò nella gestione del progetto C111, una serie di prototipi futuristici che servivano come laboratori mobili per testare motori Wankel, diesel turbocompressi e nuove sospensioni multi-link.

    Sacco disegnò per la C111 una carrozzeria a cuneo, realizzata in polimeri, che divenne l’emblema dell’avanguardia tecnologica Mercedes negli anni ’70.

    Sebbene la C111 non sia mai entrata in produzione, la sua influenza estetica e tecnica si diffuse in tutta la gamma successiva, dimostrando che anche un marchio conservatore come quello della Stella poteva osare visioni radicali.

    Modello PrototipoAnno DebuttoInnovazione TecnicaCaratteristica Stilistica
    C111-I1969Motore Wankel a 3 rotoriPorte ad ali di gabbiano, carrozzeria arancione
    C111-II1970Motore Wankel a 4 rotoriOttimizzazione aerodinamica e visibilità
    C111-III1978Diesel turbocompressoDesign ultra-aerodinamico per record di velocità
    C111-IV1979V8 biturbo da 4.8 litriSpoiler anteriore massiccio e pinne posteriori

    La Direzione del Design e i Pilastri Filosofici

    Nel 1975, Bruno Sacco assunse la carica di Capo Designer, succedendo a Friedrich Geiger.

    In questo ruolo, egli ebbe finalmente l’autorità per implementare una visione sistemica del design Mercedes-Benz. Consapevole che l’azienda si trovava ad affrontare sfide epocali come la crisi petrolifera e la crescente concorrenza globale, Sacco formulò una filosofia basata su due concetti fondamentali: l’Omogeneità Orizzontale e l’Affinità Verticale.

    Omogeneità Orizzontale: Il Linguaggio di Famiglia

    L’Omogeneità Orizzontale presuppone che ogni modello Mercedes-Benz, dalla berlina più compatta alla limousine più esclusiva, debba condividere un nucleo di tratti stilistici comuni che rendano il marchio istantaneamente riconoscibile in tutto il mondo.

    Sacco rifiutava l’idea che ogni auto fosse un’isola a sé stante; al contrario, credeva che l’immagine di prestigio della Classe S dovesse riverberarsi anche sui modelli meno costosi, creando un’aura di qualità universale.

    Questo veniva ottenuto attraverso la gestione sapiente della calandra, delle proporzioni dei fari e di una pulizia formale che evitava decorazioni superflue, privilegiando una bellezza “ingegneristica”.

    Affinità Verticale: La Lotta all’Obsolescenza

    L’Affinità Verticale è forse il concetto più rivoluzionario introdotto da Sacco. In un’industria che spesso punta sull’obsolescenza programmata per spingere i consumatori a cambiare vettura, Sacco sosteneva che un nuovo modello Mercedes non avrebbe mai dovuto far sembrare “vecchio” il suo predecessore.

    Egli calcolava che il ciclo di vita totale di una Mercedes, dalla progettazione alla fine della vita utile su strada, potesse estendersi fino a 30 anni.

    Pertanto, il design doveva essere atemporale, un’evoluzione armoniosa piuttosto che una rivoluzione distruttiva.

    Questo approccio non solo proteggeva il valore dell’investimento del cliente, ma consolidava la reputazione di serietà e affidabilità del marchio.

    Analisi dei Capolavori: La W126 e l’Ammiraglia Perfetta

    La prima vera prova della filosofia di Sacco fu la Classe S W126, introdotta nel 1979.

    Sostituire la W116, un’auto amata ma massiccia e pesante, richiedeva un salto di qualità aerodinamica e stilistica. Sacco ridisegnò l’ammiraglia eliminando i paraurti cromati sporgenti in favore di elementi integrati in plastica, più leggeri e sicuri.

    La W126 introdusse quelle che in Italia vennero chiamate le “Fasce Sacco” (Sacco-Planken): pannelli protettivi laterali che non solo riparavano la carrozzeria dai piccoli urti, ma visivamente collegavano il frontale alla coda, riducendo l’altezza percepita della vettura e conferendole un’eleganza filante e moderna.

    La versione coupé, la C126 (SEC), con il suo montante posteriore armonioso e l’assenza del montante centrale, è considerata da Sacco stesso il suo capolavoro assoluto, un’auto che incarnava perfettamente l’unione tra sportività e decoro.

    La 190 (W201): La Rivoluzione del “Baby Benz”

    Nel 1982, Mercedes-Benz entrò in un territorio inesplorato con la 190 (W201), la prima berlina compatta del marchio.

    Molti puristi temevano che un’auto più piccola potesse diluire il prestigio della Stella, ma Sacco utilizzò la W201 per dimostrare l’efficacia dell’Omogeneità Orizzontale.

    La 190 aveva proporzioni impeccabili, con una coda alta ispirata agli studi aerodinamici che le conferiva un coefficiente di resistenza estremamente basso per l’epoca.

    La W201 non era solo una Mercedes in miniatura; era un’auto moderna, con meno cromature e una linea a cuneo che la rendeva dinamica anche da ferma.

    Sacco dichiarò più volte che questa era l’auto di cui andava più fiero, non tanto per lo stile in sé, quanto per il significato strategico e concettuale che ebbe per l’azienda, aprendo le porte a una nuova generazione di clienti.

    La Maturità Stilistica: W124 e R129

    L’epoca di Sacco raggiunse la sua piena maturità con la Classe E W124 del 1984 e la SL R129 del 1989. La W124 è spesso descritta dagli appassionati come la “Mercedes definitiva”, un’auto scolpita nel granito dove ogni linea aveva uno scopo funzionale.

    Il design era così equilibrato che la vettura rimase in produzione per oltre un decennio con modifiche minime, diventando un punto di riferimento globale per le berline executive.

    La roadster R129, d’altra parte, portò l’eleganza nel segmento delle scoperte di lusso. Sostituire la R107, che era rimasta in commercio per 18 anni, era un compito arduo. Sacco creò una silhouette pulitissima, con un roll-bar automatico a scomparsa che permetteva di godere della linea pura della cabrio senza compromettere la sicurezza.

    Anche in questo caso, la cura del dettaglio era maniacale: i sedili con cinture integrate e il meccanismo elettrico della capote erano capolavori di ingegneria estetica.

    Specifiche Tecniche W124Valore / DescrizioneSignificato per il Design
    Coefficiente Aerodinamico (Cx)0.28 (berlina)Record mondiale per l’epoca; riduzione consumi e fruscii
    Materiali ParaurtiPolimeri ad alta resistenzaIntegrazione cromatica e protezione pedoni
    Configurazione SospensioniMultilink al posteriorePermetteva un design più basso e una migliore tenuta
    Cerchi “Gullideckel”Lega a 15 foriDesign iconico che definì lo stile anni ’80

    Il Caso W140 e la Tensione tra Dimensioni e Grazia

    Nonostante una serie quasi ininterrotta di successi, la carriera di Sacco conobbe un momento di profonda riflessione con il lancio della Classe S W140 nel 1991.

    Progettata per essere l’automobile migliore del mondo, capace di superare la nuova concorrenza giapponese e le ammiraglie inglesi, la W140 crebbe eccessivamente in termini di ingombri.

    Sacco espresse apertamente la sua insoddisfazione per il risultato finale, dichiarando che l’auto era “10 centimetri troppo alta”.

    Questa sproporzione era dovuta alle richieste dei tecnici che esigevano uno spazio per la testa e un’abitabilità che finirono per appesantire la linea della vettura, guadagnandole critiche per la sua “bulky appearance”.

    Sebbene oggi la W140 sia rivalutata come l’ultima Mercedes costruita “senza badare a spese”, per Sacco rappresentò un monito sul rischio che le esigenze ingegneristiche sopraffacessero l’armonia estetica.

    L’Innovazione degli Anni ’90 e l’Addio alle Scene

    Nell’ultimo decennio della sua carriera, Sacco guidò Mercedes-Benz verso una diversificazione del prodotto senza precedenti. Sotto la sua supervisione nacquero la Classe A, la Classe M, la SLK e la CLK, modelli che portarono il marchio in segmenti di mercato totalmente nuovi.

    La Classe E W210 del 1995 segnò un altro punto di svolta con i suoi quattro fari circolari, una scelta coraggiosa che mirava a dare un volto più umano e meno formale alle vetture della Stella.14

    Il suo ultimo progetto fu la SL R230, presentata nel 2001, dove Sacco curò il passaggio al tetto rigido ripiegabile in metallo, unendo ancora una volta la praticità tecnica a una linea scultorea che richiamava i fasti del passato pur guardando al nuovo millennio.

    Il 31 marzo 1999, Bruno Sacco lasciò ufficialmente l’azienda, passando il testimone a Peter Pfeiffer.

    La sua uscita di scena fu coerente con il suo carattere: si ritirò a vita privata, rifiutando offerte da altri marchi automobilistici per non tradire la sua “mercedizzazione”.

    L’Uomo Dietro la Matita: Aneddoti e Personalità

    Bruno Sacco non era solo un designer di talento, ma un leader capace di ispirare profonda lealtà. Un episodio celebre riguarda la premiazione del suo team a Essen nel 1994: Sacco insistette affinché tutti i suoi 175 dipendenti fossero presenti sul palco, celebrando il successo come un risultato collettivo della “fabbrica del design”.

    Questo senso di appartenenza era reciproco; i suoi collaboratori lo rispettavano per il suo rigore, pur conoscendo la sua natura a tratti irascibile e passionale, tipica delle sue radici friulane.

    La sua integrità si rifletteva anche nelle piccole cose. Si racconta che inizialmente si oppose con vigore alla pubblicazione di un catalogo Red Dot che metteva in copertina un raschietto per il ghiaccio della Mercedes, esclamando: “Noi produciamo automobili, non raschietti!”.

    Solo dopo una discussione accesa riconobbe il valore del design anche in quegli oggetti minori, dimostrando una capacità di evoluzione intellettuale anche in età matura.

    Dopo il ritiro, Sacco dedicò parte del suo tempo al design industriale non automobilistico, collaborando alla creazione di rubinetteria per la KWC.

    La sua serie “HansaLatrava”, con il suo flusso d’acqua a velo, vinse premi prestigiosi, confermando che i suoi principi di armonia erano universali.

    Nonostante potesse avere qualsiasi auto moderna, scelse di guidare fino alla fine la sua fidata 560 SEC blu scuro, la testimonianza vivente della sua filosofia: un’auto che, dopo quarant’anni, continua a non sembrare vecchia, ma semplicemente classica.

    Eredità e Conclusioni

    La figura di Bruno Sacco rimane un pilastro inamovibile nella storia dell’automobile. Egli ha saputo traghettare la Mercedes-Benz attraverso un’epoca di cambiamenti tumultuosi, mantenendo ferma la bussola del prestigio e della qualità.

    Il suo lascito non è fatto solo di lamiere e cristalli, ma di un’etica del progetto che mette al centro la responsabilità verso il cliente e la società.

    Per chi oggi scrive di motori, ricordare Sacco significa celebrare un tempo in cui l’automobile era pensata per durare, in cui la bellezza era il risultato di un’equazione matematica tra aria e metallo, e in cui il designer era il garante di un’identità che non aveva bisogno di loghi giganti per essere riconosciuta.

    Bruno Sacco ha reso le Mercedes “le Mercedes”, lasciandoci un catalogo di icone che continueranno a solcare le strade e a popolare i sogni degli appassionati finché esisterà l’idea stessa di viaggio.

    La sua matita si è fermata, ma le sue linee sono diventate parte del panorama visivo del nostro pianeta, eterne e inattaccabili come il diamante che amava citare nel descrivere le sue code tronche.

  • ZXMoto 500F: La Naked cinese che sfida il mito della Honda CB400

    ZXMoto 500F: La Naked cinese che sfida il mito della Honda CB400

    Nel panorama motociclistico globale, sta per entrare in scena un player che punta dritto al cuore degli appassionati del Giappone. La ZXMoto 500F è la nuova naked del marchio cinese, una moto che non fa mistero della sua fonte d’ispirazione: la mitica e intramontabile Honda CB400 Super Four.

    Dopo il debutto della sportiva 500 RR, ZXMoto (fondata da Zhang Xue, ex manager di Kove) prova a replicare il successo con un modello che mescola il fascino retrò di un’icona nipponica con soluzioni tecniche moderne, tutto a un prezzo che si preannuncia molto aggressivo.

    Design: Un Omaggio Moderno all’Icona Giapponese

    A colpo d’occhio, il richiamo alla CB400 SF è palese e deliberato. La ZXMoto 500F cattura l’essenza della naked giapponese con il suo serbatoio tondo, la posizione di guida classica e le linee generali pulite e timeless.

    Tuttavia, guardando da vicino, emergono le differenze che la rendono contemporanea:

    • Forcella a steli rovesciati: Abbandona la soluzione tradizionale per un look più aggressivo e prestazioni potenzialmente migliori.
    • Monoammortizzatore posteriore: Al posto dei classici due ammortizzatori laterali, opta per un mono centrale, una scelta tipica delle moto più sportive.
    • Freni radiali: Le pinze anteriori a quattro pistoncini di tipo radiale promettono un potere frenante superiore.

    Il pacchetto è completato da un telaio in acciaio, un forcellone in alluminio e cerchi in lega che montano gomme generose: 120/70 anteriore e un largo 180/55 posteriore. Con un peso di 175 kg a serbatoio pieno (15,5 litri), le premesse per una moto agile e divertente ci sono tutte.

    Il Cuore Battente: Un Quadricilindrico da 75 CV

    La vera sorpresa, e il punto di forza più discusso, sta sotto al serbatoio. La ZXMoto 500F è spinta da un motore a 4 cilindri in linea da 470 cm³, raffreddato a liquido con distribuzione DOHC a 16 valvole.

    I numeri dichiarati sono di tutto rispetto per la sua cilindrata:

    • Potenza: ~75 CV a 12.000 giri/min
    • Cambio: 6 marce
    • Velocità massima: 205 km/h (dichiarata)

    L’alimentazione è affidata a un sistema di iniezione elettronica Bosch, un dettaglio importante che promette di garantire affidabilità e prestazioni omogenee. La scelta del propulsore a 4 cilindri è una dichiarazione d’intenti: puntare su un motore caratterizzato da un suono emozionante e una erogazione fluida e progressiva, proprio come le grandi naked di una volta.

    Mercato e Prezzo: L’Incognita Europea

    Al momento, la ZXMoto 500F è destinata al mercato cinese, con commercializzazione prevista entro la fine del 2025. Non sono ancora stati resi noti piani ufficiali per l’esportazione in Europa o in Italia.

    La grande incognita rimane il prezzo. La strategia dei costruttori cinesi si è sempre basata su un rapporto dotazioni/prezzo imbattibile. Se ZXMoto riuscisse a posizionare questa naked ricca di contenuti tecnici in una fascia molto competitiva, potrebbe rappresentare una tentazione irresistibile per molti motociclisti in cerca di un’alternativa alle proposte giapponesi ed europee, spesso molto più costose.

    Conclusioni: Sfida o semplice Ispirazione?

    La ZXMoto 500F è un esperimento affascinante. Dimostra come l’industria cinese non voglia più essere solo sinonimo di copia low-cost, ma stia evolvendo verso una fase di “ispirazione consapevole”, aggiungendo un proprio tocco tecnico a concept di successo.

    Riuscirà a catturare non solo l’estetica, ma anche l’affidabilità e la godibilità della sua musa ispiratrice? La risposta arriverà solo quando la moto sarà nelle mani del pubblico. Intanto, fa già parlare di sé, e forse è proprio questo il suo primo, grande obiettivo.

  • BMW R 1300 RT 2025: la Gran Turismo che unisce comfort e tecnologia

    BMW R 1300 RT 2025: la Gran Turismo che unisce comfort e tecnologia

    La BMW R 1300 RT è l’ultima evoluzione della leggendaria Gran Turismo tedesca, un modello che in oltre 40 anni di storia si è affermato come il riferimento per chi cerca comfort, prestazioni e tecnologia su lunghe distanze. Basata sulla stessa piattaforma della R 1300 GS, ma con soluzioni dedicate ai viaggiatori più esigenti, la nuova RT si presenta con un design più affusolato, un motore potenziato e un’elettronica all’avanguardia.


    Design: aerodinamica intelligente e protezione totale

    La R 1300 RT mantiene il DNA delle GT BMW, ma con un restyling moderno che migliora aerodinamica e comfort:

    • Frontale più slanciato con fari full LED (optional Headlight Pro a matrice adattiva).
    • Cupolino regolabile elettricamente per una protezione ottimale dall’aria.
    • Fianchetti laterali attivi: si alzano come “pinne” per deviare i flussi d’aria dalle gambe (perfetti con il freddo).
    • Bauletto posteriore optional con schienale riscaldabile (anche per il passeggero).

    Tecnologia: il cruscotto è un concentrato di innovazione

    La nuova RT sfoggia un pacchetto elettronico completo, tra cui:
    ✅ Display TFT da 10,25″ con connettività smartphone.
    ✅ Doppio radar per cruise control adattivo e monitoraggio angolo cieco.
    ✅ Dynamic Chassis Adaptation (DCA): regola l’assetto in base allo stile di guida (comfort o sportivo).
    ✅ Cambio automatico ASA (opzionale) – comodissimo nei viaggi lunghi.


    Ciclistica e motore: potenza e stabilità senza compromessi

    Telaio e sospensioni

    • Telelever e Paralever EVO (più rigidi e precisi).
    • Telaio in acciaio alleggerito (+ agilità).
    • Pneumatici 120/70-17 (anteriore) e 190/55-17 (posteriore).

    Motore Boxer da 1.300 cc

    • 145 CV @ 7.750 giri/min – 149 Nm @ 6.500 giri/min.
    • Raffreddamento a liquido (più efficienza).
    • Suono caratteristico, più “nervoso” rispetto al precedente 1250.

    Guida: comfort da limousine, maneggevolezza da sportiva

    • Posizione di guida ergonomica: manubrio più alto e avanzato per meno affaticamento.
    • Peso contenuto (281 kg a serbatoio pieno), ma stabilità eccezionale in curva.
    • Frenata combinata (un po’ troppo invasiva, secondo alcuni tester).
    • Protezione aerodinamica top: con cupolino alzato, si viaggia in una “bolla” silenziosa.

    Prezzi e allestimenti

    • Base24.300 € (bianco).
    • Triple Black+690 €.
    • Impulse (Racing Blue)+1.580 €.
    • Option 719 Camargueedizione premium in Blue Ridge Mountain Metallic.

    Optional da considerare:

    • Bauletto top case (fino a 58 litri).
    • Sistema audio (2 livelli disponibili).
    • Valigie laterali Vario (espandibili ed elettrificate).

    La R 1300 RT conferma la sua fama di miglior Gran Turismo sul mercato, con prestazioni, comfort e tecnologia imbattibili. Che tu sia un viaggiatore solitario o in coppia, questa moto rende ogni chilometro un piacere.

    La preferisci alla Honda Gold Wing o alla Kawasaki H2 SX SE? 

  • Fiat Multipla: storia di un’icona controversa e il suo possibile ritorno

    Fiat Multipla: storia di un’icona controversa e il suo possibile ritorno

    La Fiat Multipla è stata una delle auto più discusse e innovative degli ultimi decenni. Nata nel 1998, ha ereditato il nome e lo spirito pratico dalla sua antenata, la Fiat 600 Multipla degli anni ’50, ma ne ha rivoluzionato il concetto, diventando un simbolo di creatività e funzionalità. Oggi, dopo anni di assenza, c’è la concreta possibilità di un suo ritorno, anche se non esattamente come molti si aspettavano.

    Le origini: la Fiat 600 Multipla (1956-1967)

    Prima di parlare della Multipla moderna, è doveroso ricordare la sua progenitrice, la Fiat 600 Multipla, presentata nel 1956. Basata sulla Fiat 600, questa versione “allungata” era una monovolume ante litteram, capace di trasportare sei persone in appena 3,53 metri di lunghezza grazie a una disposizione dei sedili innovativa: due posti anteriori, due centrali (con il passeggero accanto al guidatore rivolto all’indietro) e due posteriori.

    Era un’auto rivoluzionaria per l’epoca: economica, compatta e versatile, utilizzata come taxi, veicolo familiare e persino come ambulanza. Il motore posteriore da 633 cc garantiva consumi ridotti, mentre l’abitacolo, seppur spartano, era incredibilmente spazioso. Un vero precursore delle moderne monovolume.

    La Multipla del 1998: un’auto fuori dagli schemi

    Dopo decenni di assenza, il nome Multipla tornò nel 1998 con un’auto che, ancora una volta, sfidava le convenzioni. La nuova Fiat Multipla (1998-2003) era un concentrato di innovazione: con una lunghezza di appena 3,99 metri , solo qualche centimetro più lunga di una coeva Fiat Punto, riusciva a ospitare sei persone su due file di sedili individuali, offrendo un’abitabilità eccezionale e un bagagliaio da 430 litri, espandibile fino a 1.300 litri.

    Un design che ha fatto la storia (e discutere)

    La linea della Multipla, firmata da Roberto Giolito, era volutamente provocatoria: il frontale con il caratteristico “scalino” tra cofano e parabrezza, i fari asimmetrici e la carrozzeria bombata la resero un caso mediatico.

    • Il Museum of Modern Art (MoMA) di New York la inserì nella mostra “Different Roads” come esempio di design innovativo.
    • La rivista TIME, invece, la classificò tra le “50 peggiori auto di tutti i tempi”, dimostrando quanto fosse polarizzante.

    Tecnologia e versatilità senza compromessi

    Oltre al design, la Multipla era un’auto tecnologicamente avanzata:

    • Pavimento piatto per massimizzare lo spazio interno.
    • Sospensioni posteriori indipendenti (derivate dalla Fiat Tipo) per un comfort di guida superiore.
    • Alimentazioni alternative: tra le prime monovolume a offrire versioni a metano (BiPower e BluPower) e GPL (GPower).

    Il restyling del 2004: più convenzionale ma sempre unica

    Nel 2004 arrivò la seconda generazione, con un restyling che ammorbidì il design, eliminando lo “scalino” frontale per uniformarsi al nuovo stile Fiat. Mossa pensata per cercare di ravvivare le vendute per una vettura che non ottenne il successo sperato dalla casa torinese che pensò di renderla con l’aggiornamento di metà carriera una vettura meno fuori dagli schemi. Nonostante le critiche degli appassionati del modello originale, la Multipla restò un’auto pratica e versatile, mantenendo la stessa filosofia progettuale.

    La Multipla è sempre stata una vettura divisiva: o la si amava o la si odiava, tanto che nonostante i numeri di vendita non furono mai entusiasmanti, mantenne quotazioni alte sul mercato dell’usato in quanto non esistevano alternative, a parte la Honda Fr-V , che permettessero di trasportare 6 persone in poco spazio, e chi la aveva difficilmente se ne sbarazzava se non a caro prezzo.

    L’avventura cinese: la Zotye M300

    Dopo la fine della produzione in Italia nel 2010, la Multipla ha avuto una seconda vita in Cina grazie alla casa automobilistica Zotye:

    1. 2008-2010: Zotye assemblò la Multipla II con kit di produzione italiani, ribattezzandola “Multiplan”
    2. Dal 2010: Produzione completamente localizzata con il nome “Langyue”
    3. 2012: Presentazione della Zotye M300 EV, versione elettrica di cui furono prodotti 220 esemplari

    Purtroppo, nonostante l’interessante conversione elettrica, il progetto non ebbe il successo sperato e la produzione terminò definitivamente nel 2013.

    La Multipla tornerà? Sì, ma solo se sarà all’altezza

    Negli ultimi mesi, Olivier François, CEO di Fiat, ha lasciato intendere che il nome Multipla potrebbe tornare, ma solo se legato a un’auto che ne rispetti lo spirito originale.

    No alla Multipla SUV, sì a una vera monovolume

    Inizialmente si era parlato di un possibile crossover di segmento C ispirato alla Multipla, ma ora sembra che questo progetto (provvisoriamente chiamato Pandissima) avrà un altro nome. La nuova Multipla, invece, potrebbe essere una monovolume a sei posti, basata sulla piattaforma Smart Car di Stellantis, come la nuova Grande Panda.

    Quando la vedremo?

    Secondo le indiscrezioni, il debutto potrebbe avvenire tra il 2028 e il 2029, sempre che Fiat decida di procedere con un progetto all’altezza dell’originale. L’obiettivo sarebbe quello di creare un’auto che, come la Multipla degli anni 2000, “ospiti più persone in modi sorprendenti”, mantenendo un rapporto qualità-prezzo competitivo.

    Un’eredità che merita di continuare

    La Fiat Multipla è stata un’auto anticipatrice dei tempi: spaziosa, versatile e con un design che ancora oggi divide. Se il suo ritorno avverrà rispettandone l’essenza, potrebbe essere una gradita sorpresa per chi cerca un’auto pratica, innovativa e con un tocco di personalità.

    E voi? Cosa ne pensate? Vorreste una nuova Multipla? 

  • Omoda 5: il SUV che segna l’ingresso di Chery in Italia con stile e tecnologia

    Omoda 5: il SUV che segna l’ingresso di Chery in Italia con stile e tecnologia

    Il Gruppo Chery, uno dei principali costruttori automobilistici cinesi fondato nel 1997, ha deciso di fare il suo ingresso ufficiale in Europa con un’offerta ambiziosa: il marchio Omoda, affiancato dal più premium Jaecoo. Il primo modello a debuttare in Italia è l’Omoda 5, un SUV compatto che si propone di competere con modelli affermati come Kia SportageNissan Qashqai e Volkswagen Tiguan. Con un design accattivante, una tecnologia avanzata e un prezzo competitivo, l’Omoda 5 punta a conquistare il mercato italiano, supportato da una rete di vendita e assistenza in rapida espansione.

    Un po’ di storia: Chery e la sua ascesa globale

    Chery è un nome che in Italia potrebbe non suonare familiare a tutti, ma a livello globale è un gigante dell’automotive. Fondata nel 1997 in Cina, Chery ha rapidamente scalato le classifiche dei produttori automobilistici, raggiungendo quasi 1,9 milioni di veicoli venduti nel 2023. Sebbene sia ancora lontana dai numeri di colossi come Toyota o Volkswagen, Chery ha dimostrato di saper innovare e crescere, puntando su tecnologie avanzate e design moderno.

    In Italia, Chery è già presente indirettamente attraverso il marchio DR, che commercializza modelli basati su piattaforme del gruppo cinese. Con Omoda e Jaecoo, però, il costruttore ha deciso di entrare direttamente nel mercato europeo, puntando su una gamma di SUV e crossover che uniscano qualità, tecnologia e prezzi accessibili.

    Design: moderno e originale

    L’Omoda 5 si distingue per un design audace e contemporaneo, che cattura l’attenzione fin dal primo sguardo. Il frontale è dominato da una griglia a nido d’ape che occupa gran parte della calandra, affiancata da luci diurne a LED sottili e affusolate. I fari principali, posizionati più in basso, completano un look aggressivo ma elegante.

    Le fiancate presentano linee dinamiche, con una nervatura marcata che attraversa i fanali posteriori, mentre il tetto discendente e il lunotto molto inclinato conferiscono alla vettura un aspetto sportivo. I dettagli cromati e le ruote in lega da 18 pollici aggiungono un tocco di raffinatezza, rendendo l’Omoda 5 un’auto che non passa inosservata.

    Interni: tecnologia e comfort

    Gli interni dell’Omoda 5 colpiscono per l’attenzione ai dettagli e l’abbondanza di tecnologia. La plancia è dominata da due schermi da 12,3 pollici integrati in un unico pannello, che ospitano la strumentazione digitale e il sistema infotainment con Apple CarPlay e Android Auto wireless. I materiali, pur non essendo di fascia premium, sono ben assemblati e offrono un’impressione di solidità.

    Il comfort è garantito dai sedili riscaldabili (e ventilati nella versione Premium), dal volante riscaldabile e dal climatizzatore automatico bizona. L’illuminazione ambientale, con 64 colori personalizzabili, aggiunge un tocco di modernità, mentre il sistema di purificazione dell’aria contribuisce a creare un ambiente piacevole.

    Lo spazio a bordo è adeguato per cinque persone, anche se il bagagliaio da 292 litri (espandibili a 360) potrebbe risultare un po’ stretto per chi ha esigenze di carico più elevate.

    Motorizzazioni e prestazioni

    L’Omoda 5 debutta in Italia con un motore 1.6 turbo benzina da 197 CV, abbinato a un cambio automatico a doppia frizione a 7 rapporti. La trazione è anteriore, ma la versione 4×4 è già in programma per chi cerca maggiore versatilità. Le prestazioni sono più che sufficienti per un uso quotidiano, con uno 0-100 km/h coperto in 7 secondi e una velocità massima di 191 km/h.

    Disponibile anche la versione elettrica, con batteria da  61,1 kWh che promette un’autonomia compresa tra i 400 e i 430 km.

    Sicurezza e dotazioni

    L’Omoda 5 non delude neanche sul fronte della sicurezza, avendo ottenuto 5 stelle Euro NCAP. Di serie sono presenti il cruise control adattivo, il monitoraggio dell’angolo cieco, la frenata automatica d’emergenza e il mantenimento della corsia. La telecamera a 360 gradi e i sensori di parcheggio completano un pacchetto di assistenza alla guida molto completo.

    Prezzi e rete di vendita

    Il listino dell’Omoda 5 parte da 27.900 euro per la versione Comfort, mentre la Premium è disponibile a 29.900 euro. Un prezzo competitivo, soprattutto considerando le dotazioni di serie e la tecnologia offerta.

    Chery sta lavorando per espandere la sua rete di vendita e assistenza in Italia, con l’obiettivo di aprire 80 concessionarie entro breve. Una mossa necessaria per garantire supporto ai clienti e consolidare la presenza del marchio nel mercato europeo.

    Conclusioni

    L’Omoda 5 rappresenta un’ottima opportunità per chi cerca un SUV compatto con un buon rapporto qualità-prezzo. Con un design accattivante, interni tecnologici e prestazioni solide, questo modello ha tutte le carte in regola per competere con i rivali europei.

    Per Chery, l’Omoda 5 è solo l’inizio di un’avventura che punta a conquistare il mercato italiano e non solo. Con una gamma in espansione e una rete di vendita in crescita, il gruppo cinese dimostra di voler giocare un ruolo da protagonista nel panorama automobilistico globale.