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  • Mitsubishi Pajero 2026: il fuoristrada leggendario torna a fare sul serio

    Mitsubishi Pajero 2026: il fuoristrada leggendario torna a fare sul serio

    C’era una volta il re dei fuoristrada. Quello che non aveva paura di nulla, che affrontava il deserto del Dakar come le strade di città, che ha scritto pagine indelebili nella storia dell’automotive mondiale. Stiamo parlando della Mitsubishi Pajero, l’icona nipponica che dal 1982 al 2021 ha dominato il segmento dei SUV più duri e puri, vendendo oltre 3,3 milioni di esemplari in tutto il mondo .

    Poi, nel 2021, il silenzio. Lo stabilimento di Sakahogi, in Giappone, ha chiuso i battenti ed è stato persino riconvertito… in una fabbrica di fazzoletti e carta igienica . Una fine “umiliante” per un’auto che aveva fatto sognare generazioni di appassionati.

    Ma ora la storia sta per cambiare di nuovo. Mitsubishi ha deciso di riportare in vita la Pajero. E lo farà nel modo giusto: con un fuoristrada vero, duro e puro, pronto a sfidare Toyota Land Cruiser, Ford Everest e Nissan Patrol .

    Ecco tutto quello che sappiamo sulla nuova Mitsubishi Pajero 2026.


    1. La conferma: arriva entro fine 2026

    La notizia non è più un rumor. A gennaio 2026, il presidente di Mitsubishi Takao Kato ha dichiarato ufficialmente: *”Lanceremo un nuovo SUV off-road completo nel 2026″* . Poche parole, ma pesanti come un masso.

    I teaser sono già arrivati: un video pubblicato da Mitsubishi ad aprile 2026 mostra la silhouette di un SUV dalle forme boxy, squadrate, aggressive . Proprio come ci si aspetta da una vera Pajero. Il design richiama la concept Elevance presentata al Japan Mobility Show 2025 , quella con le linee dure e il muso imponente che avevano già fatto sognare gli appassionati.

    Il calendario? Secondo le ultime indiscrezioni, il debutto globale è previsto tra agosto e settembre 2026, probabilmente al Bangkok International Grand Motor Sale . Le prime consegne, invece, dovrebbero iniziare entro dicembre 2026 o nei primi mesi del 2027 .

    2. Telaio: longheroni o monoscocca? Il grande dilemma

    E qui arriviamo al cuore della questione. Quella che vi state chiedendo tutti: la nuova Pajero sarà un fuoristrada vero o una “macchina da città” travestita?

    Le indiscrezioni parlano chiaro: Mitsubishi ha due ipotesi sul tavolo .

    Ipotesi 1: telaio a longheroni (la più probabile)

    La soluzione più accreditata è quella del telaio a longheroni derivato dal pick-up Mitsubishi Triton (da noi conosciuto come L200) . Parliamo di una struttura “body-on-frame”, quella dei veri fuoristrada, capace di sopportare sollecitazioni estreme e affrontare terreni impossibili .

    Il Triton viene prodotto nello stabilimento di Laem Chabang, in Thailandia, e nello stesso stabilimento nascerà anche la nuova Pajero . Questo garantirebbe alla vettura una robustezza da autentico off-road, degna del nome che porta.

    Inoltre, Mitsubishi potrebbe condividere questa piattaforma con la futura Nissan Navara, grazie all’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi . Un vantaggio industriale non da poco.

    Ipotesi 2: piattaforma monoscocca (più europea)

    C’è però una seconda possibilità, che circola con insistenza e che potrebbe aprire le porte all’Europa. Si tratta della piattaforma CMF-C/D dell’Alleanza, quella già utilizzata da :

    • Mitsubishi Outlander
    • Nissan Qashqai e X-Trail
    • Renault Austral e Espace

    Questa soluzione avrebbe un vantaggio enorme: la piattaforma monoscocca è già pronta per ospitare motorizzazioni ibride e plug-in . E in un’Europa sempre più stretta dalle normative anti-diesel (Euro 7 all’orizzonte), potrebbe essere l’unica strada per rivedere la Pajero nei nostri concessionari.

    La scelta finale non è ancora stata comunicata. Ma una cosa è certa: la Pajero non diventerà una “crossover”. Mitsubishi ha ribadito più volte che l’auto manterrà la sua anima off-road .

    3. Motori: diesel, ibrido o plug-in?

    Anche sulla motorizzazione, per ora, regna il mistero. Ma le ipotesi sono affidabili.

    Scenario diesel (per i mercati extra-Europa)

    Se Mitsubishi sceglierà il telaio del Triton, è praticamente certo che la Pajero erediterà anche il motore del pick-up: il 2.4 litri turbodiesel 4N16 nelle sue due varianti :

    VersionePotenzaCoppia
    Single-turbo178 CV430 Nm
    Bi-turbo201 CV470 Nm

    A questi si abbina il cambio automatico a 8 rapporti e il mitico sistema di trazione integrale Super-Select II a controllo elettronico, che permette di passare da 2WD a 4WD anche in movimento . Un sistema che ha fatto la storia della Pajero.

    Scenario ibrido/plug-in (per l’Europa)

    Per il mercato europeo, invece, il destino della Pajero passa inevitabilmente attraverso l’elettrificazione. Le normative Euro 7 difficilmente lasceranno spazio ai diesel puri .

    Proprio per questo, l’ipotesi della piattaforma CMF-C/D (quella della Outlander) è così affascinante. La Outlander è già disponibile in versione plug-in hybrid (PHEV) con un sistema che combina un motore a benzina con due elettrici, per una potenza complessiva di oltre 300 CV e un’autonomia in elettrico di circa 80 km .

    La concept Elevance, che anticipa il design della nuova Pajero, era proprio una PHEV con quattro motori elettrici e una batteria di grande capacità . Un segnale che Mitsubishi sta prendendo molto sul serio la strada dell’ibrido.

    La versione full electric, invece, sembra al momento esclusa .

    Scenario benzina (mercati asiatici)

    Per i mercati del Sud-Est asiatico, non si escludono motorizzazioni a benzina, ma è probabile che l’Europa non le veda mai .

    4. Design: boxy, squadrato, aggressivo

    Le immagini spia e i teaser ufficiali ci danno già un’idea chiara dello stile della nuova Pajero .

    Il design è volutamente nostalgico, con un richiamo esplicito al modello originale del 1982 . Parliamo di:

    • Forme boxy e squadrate, lontane dalle linee morbide dei crossover moderni
    • Muso imponente e verticale, con la calandra che riprende il family feeling Dynamic Shield di Mitsubishi
    • Fari sottili a LED, probabilmente con una firma luminosa a forma di “T” come sugli ultimi modelli del marchio
    • Parafanghi pronunciati e un’altezza da terra generosa

    Il risultato? Un’auto che non cerca di piacere a tutti, ma che parla direttamente al cuore degli appassionati. Quelli che vogliono un fuoristrada vero, senza compromessi.

    5. L’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi: un vantaggio (o un vincolo?)

    Mitsubishi fa parte della grande alleanza con Renault e Nissan, e questa appartenenza giocherà un ruolo fondamentale nel destino della Pajero .

    Da un lato, significa che Mitsubishi può accedere a tecnologie e piattaforme che da sola non potrebbe permettersi. La CMF-C/D è una piattaforma modernissima, efficiente e già collaudata su milioni di veicoli.

    Dall’altro, significa che la Pajero potrebbe condividere molto più del previsto con altri modelli del gruppo. Se dovesse nascere sulla piattaforma della Outlander, le similitudini con Nissan X-Trail e Renault Espace sarebbero inevitabili. Non a livello di immagine, ovviamente, ma sotto la pelle.

    In ogni caso, il presidente Kato ha voluto precisare che la Pajero è stata sviluppata in modo indipendente da Nissan e Renault, almeno per quanto riguarda l’architettura di base . Un modo per rassicurare i fan: la Pajero resterà una vera Mitsubishi.

    6. Tornerà in Italia? Il nodo commerciale

    Questa è probabilmente la domanda che vi fate tutti. E la risposta, purtroppo, non è scontata.

    Mitsubishi ha recentemente siglato un accordo con Bassadone Auto per il ritorno del marchio in Italia, con una gamma che al momento comprende Colt, ASX e Outlander (tutte derivate da modelli Renault) . L’operazione commerciale è partita, e Mitsubishi è ufficialmente tornata nel nostro Paese dopo anni di assenza.

    Questo è un segnale positivo. Avere una rete di concessionari attiva significa che c’è un canale attraverso cui vendere la Pajero in Italia.

    Ma la vera incognita è la motorizzazione. Se la Pajero arriverà solo con il 2.4 turbodiesel, sarà difficile vederla in Europa. Le normative Euro 7, ormai alle porte, stanno spingendo tutti i costruttori fuori dal diesel. Se invece Mitsubishi saprà offrire una versione full hybrid o plug-in (sfruttando la piattaforma della Outlander), allora le porte del Vecchio Continente si apriranno.

    Al momento, la sensazione è che l’Europa non sia il mercato prioritario per la nuova Pajero. I target principali sono Australia, Medio Oriente, Sud-Est Asiatico e America Latina, dove il diesel è ancora re . Ma l’accordo con Bassadone Auto lascia aperta una speranza.

    7. Concorrenza: chi dovrà guardarsi le spalle

    La nuova Pajero nasce per affrontare avversari di tutto rispetto :

    • Toyota Land Cruiser Prado – il fuoristrada giapponese per eccellenza, appena rinnovato
    • Ford Everest – il SUV derivato dal pick-up Ranger, molto apprezzato in Australia
    • Nissan Patrol – il fratello d’alleanza, anch’esso in arrivo con una nuova generazione

    Tutti modelli che non hanno mai abbandonato il concetto di “fuoristrada puro”. E proprio lì, in quel segmento di nicchia ma appassionato, Mitsubishi vuole posizionarsi.


    Il Nostro Giudizio

    La nuova Mitsubishi Pajero è una scommessa affascinante. In un’epoca in cui i SUV stanno diventando sempre più “asettici”, sempre più simili a elettrodomestici su ruote, Mitsubishi ha il coraggio di riportare in vita un’icona che non scende a compromessi.

    Il telaio a longheroni, il design boxy, la trazione Super-Select II: tutti elementi che parlano il linguaggio dei veri off-road. E se Mitsubishi riuscisse a offrire anche una versione ibrida (per conquistare l’Europa), allora il ritorno della Pajero sarebbe completo.

    Certo, siamo ancora in attesa di conferme ufficiali. Ma i segnali sono tutti positivi. Il presidente Kato ha parlato, i teaser sono arrivati, i prototipi sono stati avvistati.

    La Pajero sta tornando. E chi ama i fuoristrada non può che gioire.

  • Addio alle piccole Audi: A1 e Q2 passano alla storia, l’accesso al marchio diventa più difficile

    Addio alle piccole Audi: A1 e Q2 passano alla storia, l’accesso al marchio diventa più difficile

    C’era una volta l’idea che un giovane, uno studente, un neopatentato potesse permettersi un’Audi. Non una RS6 da sogno, non una Q8 da ammiraglia. Ma una piccola A1, magari nella vivace versione Allstreet, o un Q2 compatto per muoversi in città. Una porta d’accesso al marchio dei quattro anelli, sognabile anche con un budget non infinito.

    Quell’epoca è finita. Per sempre.

    Nell’aprile 2026, Audi ha ufficialmente messo la parola fine alla produzione dei suoi due modelli più piccoli ed economici: la A1 e la Q2 . Le catene di montaggio si sono fermate. Le ordinazioni sono chiuse. E al loro posto, per ora, c’è il vuoto. O meglio, un vuoto che presto sarà riempito da qualcosa di completamente diverso.

    Ecco la storia di un addio, di una strategia che cambia e di un futuro che, per i più giovani, rischia di diventare più lontano che mai.


    1. Un’eredità da oltre 2,2 milioni di auto

    Prima di parlare del futuro, è giusto fare i conti con il passato. Perché A1 e Q2 non sono state semplici “utilitarie con i quattro anelli”. Sono state un fenomeno commerciale che ha accompagnato milioni di persone.

    L’Audi A1 è nata nel 2010, concepita come la “piccola di lusso” capace di portare il premium in una segmento fino ad allora dominato da auto più modeste . In 16 anni di carriera (attraversando due generazioni) ha totalizzato 1.389.658 unità vendute in tutto il mondo . Una vera e propria colonna portante per il brand in Europa, soprattutto in Germania, Regno Unito e Italia.

    La Audi Q2, arrivata nel 2016, è stata la sua controparte SUV, quel “crossover compatto” che aveva intercettato per prima la voglia dei giovani di alzarsi da terra senza spendere una fortuna . Con 887.231 esemplari prodotti in dieci anni, ha dimostrato che anche un SUV piccolo poteva avere il carisma degli anelli .

    Due milioni e duecentomila auto. Un esercito di giovani (e meno giovani) che per la prima volta entravano in concessionaria Audi sapendo di poter uscire con un contratto firmato senza ipotecare la vita.

    2. Perché Audi le ha uccise? I tre motivi di un addio

    Se le vendite erano buone, perché interrompere tutto? La risposta è una sintesi di mercato, politiche e profitti. Il CEO di Audi, Gernot Döllner, è stato chiaro .

    1. Euro 7: la fine delle utilitarie termiche

    Questo è il colpo di grazia. Le nuove normative antinquinamento Euro 7, che entreranno pienamente in vigore nei prossimi anni, impongono limiti alle emissioni talmente rigorosi che omologare un motore a benzina o diesel per una piccola A1 è diventato economicamente insostenibile . I costi di sviluppo e i dispositivi aggiuntivi necessari mangerebbero via ogni margine di guadagno.

    2. Margini di profitto troppo bassi

    Audi è un marchio premium, e i margini sulle piccole utilitarie sono storicamente risicati. Perché vendere un’auto da 22.000 euro (prezzo di partenza della A1) quando puoi vendere un Q3 o un’A3 che generano profitti tripli? Le Case guardano ai “profitti per auto”, e le piccole non rendono abbastanza .

    3. Riorganizzazione industriale

    C’è poi una questione logistica. La A1 veniva prodotta a Martorell, in Spagna, stesso stabilimento dove il Gruppo Volkswagen vuole ora costruire le nuove elettriche compatte come la Cupra Raval e la futura Volkswagen ID. Polo . Il Q2, invece, usciva da Ingolstadt (Germania), dove serve spazio per assemblare il nuovo Q3 e soprattutto la futura elettrica .

    Lo stabilimento spagnolo di Martorell, dove veniva prodotta l’Audi A1, cederà il passo alle nuove elettriche del gruppo .

    3. Il vuoto nel listino: l’accesso diventa un salasso

    E nel frattempo, oggi, cosa succede? Se vuoi un’Audi nuova, l’ingresso di listino è diventato improvvisamente molto più costoso.

    Con l’addio di A1 e Q2, i modelli più economici del marchio diventano l’A3 Sportback e il Q3. Peccato che:

    • L’Audi A3 parte da circa 30.000 euro.
    • L’Audi Q3 parte da circa 37.000 euro.

    Significa che per entrare nel mondo Audi, oggi, devi spendere circa 10.000 euro in più rispetto a prima . Un abisso. Un muro rialzato che esclude automaticamente tutti quei giovani che magari si affacciavano al mondo del lavoro o gli studenti che sognavano gli anelli.

    Il messaggio di Audi è brutale e chiaro: “Se vuoi i quattro anelli, devi pagare. E se non puoi, c’è Volkswagen”. Un rischio enorme per il ricambio generazionale del brand.

    4. Il successore (molto diverso): A2 e-tron

    Ovviamente Audi non è folle. Sanno benissimo che non possono abbandonare il fortino delle compatte. Per questo, nell’autunno del 2026 (tra pochi mesi), verrà svelata la nuova Audi A2 e-tron .

    Ma attenzione: non sarà la sostituta diretta di A1 e Q2.

    La A2 e-tron è un’elettrica pura (basata sulla piattaforma MEB+ del gruppo VW, la stessa della ID.3) e sarà posizionata più in alto . Si vocifera di un prezzo d’attacco intorno ai 35.000-40.000 euro . Praticamente il prezzo di una A3.

    Cosa cambia?

    • Più grande: sarà lunga circa 4,20-4,30 metri, molto più spaziosa di una A1.
    • Solo elettrica: niente benzina, niente diesel.
    • Design “neo-retrò”: richiamerà la storica A2 degli anni 2000, quella in alluminio super efficiente .

    Il nome “A2” è un omaggio all’avveniristica A2 originale di fine anni ’90 . Un modo per dire che il futuro (elettrico) si riallaccia a un passato (sperimentale). Ma per i giovani, il conto alla fine sarà comunque più salato.

    5. La fine di un’era condivisa: anche la sorella Polo scompare

    Audi A1 e Q2 non sono sole in questa “strage” delle piccole. La loro cugina di casa, la Volkswagen Polo, ha subito la stessa sorte.

    Nel luglio 2024, l’ultima Polo termica è uscita dalle linee di Pamplona (Spagna) . Dopo 50 anni di onorata carriera e oltre 20 milioni di esemplari, la produzione della Polo a motore termico per l’Europa è stata fermata. Al suo posto, Volkswagen ha già lanciato la ID. Polo .

    L’ID. Polo parte da 24.995 euro in Germania (circa 27.000 euro in Italia con l’iva), anche se la versione base arriverà più tardi nel 2026 . Se anche la “sorella popolare” diventa elettrica e sale di prezzo, è chiaro che l’intero segmento delle citycar economiche è in crisi.

    L’addio della A1 e della Q2 è solo la punta dell’iceberg di una transizione epocale. La citycar a benzina a basso costo, così come l’abbiamo conosciuta, è morta.

    6. Cosa comprare oggi? (Se vuoi ancora i quattro anelli)

    Se sei un appassionato e stai pensando “Accidenti, non ho mai preso quella A1 Sportback”, forse sei ancora in tempo, ma devi muoverti subito. La produzione è cessata ad aprile, ma molti concessionari hanno ancora stock in pronta consegna.

    Se trovi una A1 o una Q2 nuove, potresti persino strappare un affare (gli sconti per smaltire il rimanente magazzino sono spesso importanti). Ma se non la trovi, l’unica strada per avere una Audi “piccola” è l’usato.

    L’addio delle piccole rilancia inevitabilmente il mercato dell’usato. Le A1 e le Q2 tenute bene potrebbero tenere botta sul valore, perché diventano beni “di nicchia” per chi cerca un prodotto che non esiste più.


    Il Nostro Giudizio

    L’addio di Audi a A1 e Q2 è una notizia che ci fa sentire tutti un po’ più vecchi. Segna la fine di un’era in cui i marchi premium guardavano anche ai portafogli più giovani, consapevoli che un cliente conquistato a 25 anni sarebbe tornato a 40 per una A6.

    Ora, la strategia è diversa: premium sarà premium, anche nell’accesso. La futura A2 e-tron sarà una macchina bellissima e tecnologica, ma costerà come una segmento C. Il salto dal mondo delle utilitarie a quello dei quattro anelli diventa un salto nel vuoto, economicamente parlando.

    Ripensandoci, forse, quella vecchia A1 con il 1.2 TFSI non era così “piccola”. Era una promessa. Una promessa che i giovani potessero, con un po’ di sacrificio, entrare in un club esclusivo. Oggi, quella promessa non c’è più.

  • Jeep Avenger restyling 2026: la regina d’Italia si rifà il look (e arriva subito)

    Jeep Avenger restyling 2026: la regina d’Italia si rifà il look (e arriva subito)

    C’è un’auto che negli ultimi due anni ha fatto letteralmente impazzire gli italiani. Non è una supercar, non è un’ammiraglia tedesca. È la Jeep Avenger, il piccolo SUV compatto che nel 2024 e nel 2025 è stato il SUV più venduto in Italia, conquistando il secondo posto assoluto nella classifica generale delle immatricolazioni nel primo trimestre 2026, con 16.403 unità consegnate .

    Una vera e propria italianissima ossessione, visto che da noi si è persino permessa di scalzare concorrenti storiche come la Dacia Sandero e la Citroën C3 . E ora, dopo tre anni di onorato servizio (la Avenger è stata lanciata nel 2023 e ha persino vinto il premio di Auto dell’Anno in Europa), è arrivato il momento del restyling di metà carriera .

    La novità è stata presentata in anteprima mondiale in Brasile, dove il modello è stato avvistato senza camuffamenti per le strade di Rio de Janeiro durante un festival musicale. Ma gli occhi di tutti sono già puntati sull’Europa. Perché la nuova Jeep Avenger restyling arriverà presto anche da noi. Ed è un evento, considerando quanto gli italiani amino questa macchina.

    Ecco tutto quello che c’è da sapere.


    1. Un successo lungo due anni (e non accenna a fermarsi)

    Prima di parlare delle novità, facciamo un attimo il punto su cosa rappresenti la Avenger per il mercato italiano. Perché non stiamo parlando di una semplice auto: stiamo parlando di un fenomeno sociale.

    Nel 2025, la Avenger ha chiuso con una quota del 5,63% nel segmento dei SUV compatti e contribuendo al milione di vendite globali del marchio Jeep . Nel primo trimestre del 2026, ha scalato la classifica generale arrivando al secondo posto assoluto con 16.403 unità, superando persino la Dacia Sandero e posizionandosi dietro solo all’imbattibile Fiat Panda .

    In Italia, la Avenger ha conquistato il pubblico grazie a una combinazione vincente: dimensioni compatte (appena 4,08 metri), stile Jeep inconfondibile, posizione di guida rialzata e una gamma di motorizzazioni che copre tutte le esigenze, dalla mild hybrid alla full electric .

    In pratica, la Avenger è la regina incontrastata delle nostre strade. E Jeep non ha nessuna intenzione di perderne la corona. Ecco perché il restyling arriva al momento giusto.


    2. Il restyling: “Toccata e fuga” con stile

    Le prime immagini della nuova Avenger restyling sono arrivate direttamente dal Brasile, dove il modello è stato avvistato senza alcun camuffamento durante il festival “Todo Mundo no Rio” sulla spiaggia di Copacabana . Un tempismo curioso, visto che Stellantis aveva diffuso i primi teaser ufficiali solo pochi giorni prima .

    Le modifiche sono mirate e discrete, senza stravolgere una formula che già funziona benissimo. L’approccio di Jeep è chiaro: “evolversi senza cambiare pelle” .

    Le novità estetiche principali:

    • Nuova griglia a sette feritoie: l’iconico frontale Jeep è stato completamente ridisegnato, con le classiche sette fessure ora più squadrate e prive delle cornici cromate che caratterizzavano il modello precedente .
    • Feritoie illuminate: la novità più eclatante. Le sette feritoie ora sono retroilluminate, creando una firma luminosa inedita che rende la Avenger riconoscibilissima anche di notte. Un tocco che richiama il fratello maggiore Compass .
    • Paraurti ridisegnato: più scolpito e dinamico, con una piccola “tacca” inedita vicino al passaruota e una griglia di aerazione posizionata più in basso .
    • Nuovi cerchi e nuove colorazioni: tra queste spunta il Verde Hawaii, già visto sulla nuova Compass .
    • Fari ridisegnati: sembra che la “lente” esterna dei fari sia scomparsa, lasciando spazio a lenti a sbalzo che ricordano da vicino il trattamento visto sulla nuova Renault Clio .

    Le proporzioni generali e la silhouette restano invece invariate. Scelta logica: perché stravolgere un’auto che piace così tanto?

    3. Interni: tecnologia e ChatGPT a bordo

    Se l’esterno è stato ampiamente fotografato, l’abitacolo rimane ancora avvolto da un velo di mistero. Nessuna immagine ufficiale dell’interno è ancora trapelata .

    Tuttavia, le indiscrezioni parlano di un aggiornamento tecnologico importante. Ci si aspetta:

    • Display multimediale di dimensioni maggiori, probabilmente con diagonale aumentata rispetto all’attuale .
    • Cluster digitale aggiornato e più personalizzabile .
    • Materiali di rivestimento migliorati, per alzare la percezione qualitativa .
    • ChatGPT integrato: secondo alcune fonti, la Avenger restyling potrebbe essere la prima Jeep a beneficiare dell’intelligenza artificiale generativa, con un assistente vocale in grado di conversare in modo naturale .

    La ciliegina sulla torta? Secondo indiscrezioni, le portiere posteriori potrebbero finalmente ricevere pulsanti elettrici per alzare i vetri (sì, nella versione attuale mancavano, un dettaglio che aveva fatto storcere il naso a molti).

    4. Motori: cosa cambia sotto il cofano

    Per quanto riguarda la meccanica, al momento non ci sono conferme ufficiali su modifiche sostanziali. Secondo le indiscrezioni più accreditate, la gamma europea dovrebbe rimanere sostanzialmente invariata, con le stesse opzioni già disponibili .

    Ecco la gamma attuale (che molto probabilmente rimarrà invariata):

    MotorizzazionePotenzaTrazioneNote
    1.2 Turbo benzina100 CVAnterioreCambio manuale 6 marce
    e-Hybrid (mild hybrid)100 CV + elettrico 29 CVAnterioreCambio automatico a doppia frizione
    4xe (full hybrid)145 CV totaliIntegraleDue motori elettrici (uno per asse)
    Full Electric156 CVAnterioreBatteria 54 kWh, 400 km WLTP

    Importante: in Brasile, la Avenger restyling monterà un nuovo motore 1.0 turbo mild hybrid da 116 CV (in leggera diminuzione rispetto ai 130 CV attuali per adeguarsi alle norme sulle emissioni) . Per l’Europa, invece, la gamma rimarrà quella attuale, con il solo adeguamento del motore Puretech alla versione con catena di distribuzione, al posto della famigerata e problematica cinghia a bagno d’olio.

    La versione Full Electric rimane un pilastro della strategia Jeep, offrendo un’autonomia WLTP di circa 400 km e una ricarica rapida dal 20% all’80% in soli 24 minuti con colonnina da 100 kW . Ottima per la città.

    5. Quando arriva in Italia?

    Il calendario è ancora in via di definizione, ma le previsioni sono piuttosto precise.

    • Presentazione ufficiale in Europa: prevista entro l’estate 2026. Alcune fonti parlano di giugno/luglio 2026 per il debutto ufficiale .
    • Arrivo in Italia: le consegne dovrebbero iniziare entro la fine del 2026, probabilmente nel quarto trimestre .

    La produzione per il mercato europeo continuerà nello stabilimento Stellantis di Tychy, in Polonia, lo stesso che produce anche Fiat 600 e Alfa Romeo Junior .

    6. Prezzi (leggeri ritocchi all’orizzonte)

    Al momento non sono stati comunicati i listini per la versione restyling in Europa. L’attuale Avenger parte da circa 25.200 euro per la versione benzina e arriva a circa 42.400 euro per la full electric top di gamma .

    Ci si aspetta un leggero aumento dei prezzi, nell’ordine di qualche centinaio di euro, giustificato dagli aggiornamenti tecnologici e di design. Nulla di trascendentale, insomma.


    Il Nostro Giudizio

    La nuova Jeep Avenger restyling è un’auto che non cerca di stravolgere le regole del gioco. Perché, in fondo, non ne ha bisogno. È già la regina del segmento B-SUV in Italia, e questo restyling arriva per consolidare il trono, non per riconquistarlo.

    Le novità ci sono, eccome: il nuovo frontale con le sette feritoie illuminate è un colpo d’occhio notevole, e l’integrazione di ChatGPT porterà la tecnologia di bordo a un livello superiore. Ma Jeep non ha voluto strafare, e forse ha fatto bene.

    L’Avenger piace così com’è. Compatta, pratica, con quel mix di stile e robustezza che solo il marchio americano sa regalare. E con una gamma di motorizzazioni che copre praticamente ogni esigenza: mild hybrid per la città, 4xe per chi vuole un po’ di off-road, full electric per i più green.

    Se state pensando di comprare una Avenger, quindi, vi conviene aspettare ancora qualche mese. Perché la versione rinnovata arriverà presto, e porterà con sé un look più moderno e una tecnologia all’avanguardia. Il prezzo salirà un po’, ma la qualità percepita anch’essa.

    La regina d’Italia è pronta a indossare la corona nuova. E il regno, per ora, non rischia di essere conquistato da nessuno.

  • Zeekr 9X: il colosso cinese da 1.381 CV che sfida Range Rover (e arriva in Europa)

    Zeekr 9X: il colosso cinese da 1.381 CV che sfida Range Rover (e arriva in Europa)

    C’era una volta l’idea che le auto di lusso nascessero solo in Germania o Inghilterra. Poi è arrivato il Salone di Pechino 2026, e quella convinzione ha iniziato a scricchiolare seriamente.

    Protagonista indiscusso della kermesse cinese è stato lo Zeekr 9X, un SUV full-size che per dimensioni, potenza e tecnologia guarda dritto negli occhi i mostri sacri come Range Rover, Mercedes GLS e BMW X7. Tanto che persino Mansory, il celebrato preparatore bavarese famoso per i suoi lavori su Rolls-Royce e Lamborghini, ha scelto proprio il 9X per la sua prima elaborazione su un’auto cinese, trasformandolo in un concentrato di lusso estremo con tanto di porte “suicide” posteriori in stile Cullinan .

    Ecco perché lo Zeekr 9X è molto più di un semplice SUV: è una dichiarazione di guerra al Vecchio Continente.

    1. Chi è Zeekr (e perché Geely conta)

    Prima di parlare del 9X, facciamo un passo indietro. Zeekr è il marchio premium del colosso Geely, lo stesso gruppo che controlla Volvo, Polestar, Lotus e che è azionista di Mercedes-Benz . Insomma, non è la “startup cinese di turno”, ma un attore globale con solide spalle alle spalle.

    Fondata nel 2021, Zeekr si è fatta conoscere inizialmente con modelli 100% elettrici come la shooting brake 001 e la compatta X, caratterizzati da design europeo (il centro stile è a Göteborg, in Svezia) e tecnologia all’avanguardia . Oggi Zeekr ha già superato le 700.000 unità vendute a livello globale .

    E ora, con l’arrivo dei primi modelli ibridi plug-in (8X e 9X), Zeekr cambia marcia e punta dritta al cuore del mercato luxury europeo .

    2. Zeekr 9X: dimensioni da ammiraglia

    Il 9X è grande. Molto grande. Come si conviene a un’auto pensata per ospitare sei passeggeri in un lusso assoluto :

    DimensioneValoreConfronto
    Lunghezza5.239 mmPiù lungo di Mercedes GLS
    Larghezza2.029 mmOltre 2 metri
    Altezza1.819 mmRoba da fuoristrada
    Passo3.169 mmAbitabilità da limousine

    A questi si aggiunge un peso che supera le tre tonnellate, giustificato da una batteria gigante e da una struttura pensata per assorbire senza sforzi la potenza mostruosa che vedremo tra poco .

    Il design, curato in Svezia, gioca su una calandra verticale imponente, gruppi ottici a doppio piano e una coda che richiama le migliori tradizioni britanniche . Proprio per questo suo look “status symbol”, Mansory ha deciso di esaltarlo ulteriormente con un pacchetto in carbonio e le celebri portiere posteriori incernierate al montante C, trasformando l’accesso ai sedili dietro in una vera e propria cerimonia .

    3. Cuore ibrido: 1.381 CV e oltre 1.200 km di autonomia

    Se l’estetica colpisce, è sotto il cofano che lo Zeekr 9X lascia davvero senza parole. Il top di gamma adotta un sistema Hybrid Plug-in che combina un motore termico 2.0 turbo a tre motori elettrici .

    Ecco i numeri da capogiro:

    • Potenza complessiva: 1.381 CV (1.030 kW) 
    • Coppia: 1.410 Nm 
    • 0-100 km/h: 3,1 secondi 
    • Velocità massima: 240 km/h (limitata elettronicamente) 

    Ma il dato più sorprendente è l’autonomia combinata: con la batteria da 70 kWh carica e il serbatoio pieno, il 9X promette di percorrere fino a 1.250 km nel ciclo cinese CLTC . Una cifra che farebbe impallidire qualsiasi berlina diesel.

    La ricarica, grazie all’architettura a 900V, è altrettanto impressionante: dal 20% all’80% in soli 8 minuti e 21 secondi . Praticamente, il tempo di un caffè.

    Esiste anche una versione “base” da 885 CV con batteria da 55 kWh, ovviamente più economica, ma sempre sopra i 1.200 km di autonomia complessiva .

    4. Interni da salotto volante

    Salire a bordo del 9X significa entrare in un salotto. La configurazione è a sei posti, con poltrone singole nella seconda fila che offrono ventilazione, riscaldamento e massaggi . Il frigo integrato è di serie. L’impianto audio non è ancora stato ufficializzato, ma considerando il posizionamento, aspettatevi il top di gamma.

    La plancia è dominata da due grandi schermi uniti in un’unica superficie, con un’estetica pulita e minimale tipica della scuola scandinava che ha disegnato l’auto . Insomma, tecnologia e lusso si fondono senza eccessi, ma con una cura dei dettagli che non ha nulla da invidiare alle concorrenti tedesche.

    5. Arrivo in Italia: quando e a che prezzo?

    Qui arriviamo alla parte che interessa di più a noi. Zeekr ha già ufficializzato il suo ingresso in Italia, con la distribuzione affidata a Jameel Motors Italia (lo stesso gruppo che porta altri brand Geely nel nostro Paese) . Le consegne dei primi modelli elettrici (001, X, 7X) sono già iniziate nella primavera 2026 .

    Per quanto riguarda il 9X, il calendario è chiaro:

    • Giugno 2026: prime esportazioni verso il Medio Oriente 
    • Terzo trimestre 2026: arrivo in Asia Centrale 
    • Quarto trimestre 2026: debutto in Europa (Italia, Francia, Spagna, Portogallo) 

    Il prezzo? Non è ancora stato comunicato ufficialmente per l’Europa, ma le stime parlano di circa 120.000 euro per le versioni alte . In Cina, la versione top di gamma Obsidian Black costa l’equivalente di 77.400 euro, quindi il sovrapprezzo europeo per dazi e trasporti sarà consistente .

    Concorrenza? Range Rover, BMW X7 e Mercedes Maybach GLS sono nel mirino. E con questi numeri, Zeekr ha tutte le carte in regola per giocarsela .

    Il Nostro Giudizio

    Lo Zeekr 9X è la prova che il baricentro dell’auto di lusso si sta spostando. Con 1.381 CV, oltre 1.200 km di autonomia e un design che ha già conquistato preparatori del calibro di Mansory, il gigante di Geely non è solo un’alternativa valida: è una minaccia concreta per i marchi tradizionali.

    Certo, il prezzo finale (si parla di 120.000 euro) non è popolare, ma per chi cerca il massimo della tecnologia ibrida e uno spazio da ammiraglia, il 9X rappresenta un’offerta difficilmente ignorabile.

    L’ammiraglia cinese è pronta a salpare per l’Europa. E il vento è decisamente a suo favore.

  • Smart #2: La Leggenda della “Smartina” Rinasce in Cina (Elettrica e più Cool che Mai)

    Smart #2: La Leggenda della “Smartina” Rinasce in Cina (Elettrica e più Cool che Mai)

    Pensavamo che fosse finita. Nel marzo 2024, quando l’ultima Smart Fortwo uscì dalla fabbrica, molti di noi hanno pianto la scomparsa dell’icona della mobilità urbana. Quella macchinetta che sembrava un carrello della spesa ma con il carattere di una sportiva inglese sembrava destinata ai musei.

    Invece no. È tornata.

    Al Salone dell’Auto di Pechino 2026, Smart ha ufficialmente spiazzato tutti presentando la Concept #2. Il prototipo è ormai pronto per la produzione di serie e, attenzione, arriverà in Europa. Ma con un’anima completamente nuova.

    Ecco tutto quello che devi sapere sul ritorno della regina delle città.

    1. Un po’ di storia: perché amavamo la Smartina

    Per capire l’emozione di oggi, bisogna tornare indietro. La storia inizia nel 1998, quando il genio di Nicholas Hayek (quello di Swatch) si unì a Mercedes per creare l’anti-auto.

    L’idea era rivoluzionaria: un’auto lunga 2,5 metri progettata per ospitare due persone e due caschi da moto. La prima serie (W450) era pura follia svizzero-tedesca: motore tricilindrico da 600 cc, carrozzeria in plastica intercambiabile e un’attenzione maniacale alla sicurezza grazie al cella Tridion in acciaio .

    In Italia, la “Smartina” divenne un fenomeno di culto. Roma ne era piena, perfetta per infilarsi nei vicoli e parcheggiare dove nessuno osava. Nel tempo è cresciuta (arrivando a 2,7 metri), è diventata diesel, poi benzina e infine elettrica con la EQ . Ma nel 2024, con la fine della terza generazione, il sipario si è chiuso… per riaprirsi oggi.

    2. Smart #2 Concept: l’estetica del ricordo

    Dimenticatevi i tre cilindri rombanti. La nuova Smart #2 (che per linguaggio moderno si legge “Smart Due”) è basata sulla nuova piattaforma ECA (Electric Compact Architecture) .

    Dal vivo, vista a Pechino, il richiamo alla Fortwo originale è fortissimo. Il concept è lungo 2.792 mm (praticamente la stessa impronta a terra della seconda e terza generazione) e mantiene le ruote “spinte agli angoli”, quella soluzione che regalava un’abitabilità sorprendente in uno spazio ridicolo .

    Esteticamente è un gioiello. La Concept presentata è in bianco opaco con dettagli dorati, interni in pelle e superfici traslucide. Il team di design di Mercedes-Benz l’ha curata nei minimi dettagli, con un raggio di sterzata dichiarato di soli 6,95 metri . Praticamente, la guidi con il pensiero.

    3. Sotto il cofano: numeri da vera EV

    Qui arriva la svolta. Se la vecchia EQ faceva fatica con 150 km di autonomia, la #2 sbarca nel futuro. Le prime specifiche parlano di un’autonomia tra i 300 e i 400 km (ciclo CLTC) .

    La ricarica rapida DC permette di passare dal 10% all’80% in meno di 20 minuti. C’è anche la funzione V2L (Vehicle-to-Load) , che la trasforma in una power bank gigante per accendere il laptop o il frullatore in spiaggia .

    Sarà solo elettrica. Addio sospiri, benvenuta coppia istantanea e trazione posteriore come da tradizione.

    4. Il “Problema” Cina ed Europa

    So cosa state pensando: “Bella, ma la fanno in Cina?”.
    Sì. Smart è oggi una joint venture paritetica tra Mercedes-Benz e Geely (il colosso cinese di Volvo). La #2 sarà prodotta in Cina .

    Ma attenzione: non è una semplice importazione. La vettura è stata sviluppata specificamente pensando al cliente europeo. Lo ha ammesso Wolfgang Ufer, CEO di Smart Europe, dichiarando che questa Concept è “progettata intorno al modo in cui i clienti europei vivono e si muovono” . Disegno tedesco, tecnologia cinese, cuore globale.

    5. Quando la vedremo su strada?

    Il countdown è già iniziato. La versione definitiva della Smart #2 farà il suo debutto mondiale al Salone dell’Auto di Parigi nell’ottobre 2026 .

    Le previsioni indicano un prezzo d’attacco intorno ai 20.000 euro, posizionandosi come EV premium compatta, non come semplice giocattolo .

    Il Nostro Giudizio

    La Smart #2 non è solo un’automobile. È un pezzo di storia che torna in vita. Nel mondo dei SUV enormi e dei pick-up, avere una due posti svelta, tecnologica e bellissima è una ventata d’aria fresca. Certo, costa più di una Dacia Spring, ma è costruita su un altro pianeta qualitativamente.

    La regina è morta. Evviva la regina.

    Sei pronto a tornare a parcheggiare in perpendicolare?

  • Salone di Pechino 2026: La Cina detta il passo. Ecco tutte le novità che (forse) vedremo anche in Europa

    Salone di Pechino 2026: La Cina detta il passo. Ecco tutte le novità che (forse) vedremo anche in Europa

    Pechino ha oscurato Ginevra. Mentre i saloni europei arrancano o chiudono i battenti, l’Auto China 2026, che si è svolto dal 24 aprile al 3 maggio, si conferma l’evento più grande e importante del mondo automotive, con numeri da capogiro: 380.000 metri quadrati di esposizione distribuiti in 17 padiglioni, 1.451 veicoli esposti, di cui 181 anteprime mondiali e 71 concept car .

    Il tema di quest’anno, “Lead the Era, Shape an Intelligent Future” (Guida l’era, modella un futuro intelligente), non è solo uno slogan. Camminando tra i padiglioni, si capisce subito che il baricentro dell’auto si è spostato definitivamente. 

    Non si tratta più solo di copiare; qui si inventa il futuro, fatto di Vehicle Defined by Software (SDV) , intelligenza artificiale integrata e una transizione ecologica che, a differenza dell’Europa, procede a “razzo” (nel 2025 le “new energy” hanno già superato il 50% delle vendite di auto nuove in Cina) .

    Ma cosa arriverà davvero sulle nostre strade? Ecco una guida per orientarsi tra le infinite novità del Salone di Pechino 2026, dividendole tra gadget esotici (solo per la Cina) e modelli concreti (che vedremo in Europa) .


    📋 La Scheda dell’Evento

    • Nome ufficiale: Auto China 2026 (Beijing International Automotive Exhibition)
    • Date: 24 aprile – 3 maggio 2026 (Apertura al pubblico dal 28 aprile) 
    • Luogo: China International Exhibition Centre (CIEC) & Capital International Exhibition Centre 
    • Numeri: Oltre 1.400 veicoli, 181 anteprime mondiali, 71 concept 
    • Tema: Lead the Era, Shape an Intelligent Future 

    1. Le regine del Salone: le novità “Made in China”

    La supremazia cinese è schiacciante. I colossi locali hanno riempito i padiglioni con modelli di ogni segmento, spesso con tecnologie che in Europa vedremo tra anni. Ecco i protagonisti assoluti.

    BYD e i “sottobrand” di lusso

    Il gruppo numero uno in Cina non si limita a portare la solita auto compatta. Sta attaccando le roccaforti tedesche.

    • Denza Z9 GT: Una Shooting brake di lusso (station wagon dal look sportivo) che vuole sfidare la Porsche Taycan Sport Turismo e l’Audi RS6. Destinata anche all’Europa .
    • Yangwang U8L: Il mega-SUV ultra-lusso elettrico si presenta con una variante a passo lungo e 4 posti veramente super esclusivi .
    • BYD Sealion 08: Nuovo SUV medio-grande (oltre 5 metri) della famiglia “Ocean”. Sarà disponibile sia full electric (con le nuove batterie Flash Charging per ricariche veloci) che ibrido plug-in. Arriverà in Europa .

    Geely: Galaxy e l’erede della Smart

    • Smart Concept #2: E’ l’atteso erede elettrico della Fortwo. La concept presentata qui è praticamente definitiva. Di proprietà di Geely (e Mercedes), la nuova citycar mantiene i 2,79 metri di lunghezza, due posti e trazione posteriore. L’autonomia dovrebbe aggirarsi sui 300 km. La vedremo in Europa a fine 2026/inizio 2027 .
    • Zeekr 9X: Super SUV ibrido plug-in del brand premium di Geely .

    Xiaomi: il Fenomeno continua

    Dopo il successo della berlina SU7, Xiaomi ha portato la variante YU7 GT. Sembra un clone della Ferrari Purosangue (design controverso), ma la potenza è impressionante: 1.003 CV (dual-motor) e 300 km/h di velocità massima. Unisce l’auto al famoso ecosistema digitale del brand. L’arrivo in Europa è previsto per il 2027 .

    Changan & Huawei: La Tecnologia Assoluta

    • Aito S9 (Huawei & Seres): Una berlina di lusso piena di gadget: portiere intelligenti, specchietti sostituiti da telecamere, sedili reclinabili e frigorifero. Un “salotto” tech su ruote .
    • Nevo Q06 (Changan): Presenta innovazioni interessanti come le batterie agli ioni di sodio (più economiche e sicure) e promette guida autonoma di livello L3/L4 .

    2. La risposta europea: BMW, Audi e le “tattiche locali”

    I marchi occidentali sono andati a Pechino con la consapevolezza che il mercato cinese è diventato il più importante al mondo. Alcuni hanno portato modelli pensati esclusivamente per quel mercato (“In China, for China”), altri hanno svelato auto che arriveranno anche da noi.

    ✅ Modelli che vedremo in Europa (Presto o Tardi)

    Ecco le novità presentate a Pechino che hanno già un biglietto (quasi) garantito per le strade europee:

    • BMW Serie 7 e i7 (Restyling): L’ammiraglia bavarese si rinnova. Il restyling è molto sostanziale, con una batteria più performante (grazie alla collaborazione con Rimac) che promette più autonomia per la versione elettrica. Sarà sicuramente in concessionaria anche in Europa .
    • Leapmotor B05 (Lafa 5 Ultra): Questa è la scommessa di Stellantis. La compatta elettrica a 5 porte (4,43 metri) è già in vendita in Cina. La versione “Ultra” è quella sportiva, ma la versione standard arriverà in Italia ed Europa entro l’estate 2026 a prezzi competitivi (forse sotto i 30.000 euro) .
    • Omoda 4 (Gruppo Chery): Nuovo SUV compatto di 4,42 metri con design aggressivo. Avrà motorizzazioni full hybrid ed elettriche. L’arrivo in Europa è previsto per inizio 2027 .
    • MG 4X: MG ha portato la versione rialzata della sua popolare MG4, chiamata MG 4X. Un crossover urbano da 4,39 metri che monterà le nuove batterie a stato semi-solido. Ottima notizia per chi cerca un’alternativa elettrica ma “alta” .

    ⛔ Modelli “Cina-Specifici” (NO Europa)

    Purtroppo, molte delle novità più chiacchierate resteranno esclusive per il mercato cinese. Se vi innamorate di queste, dovrete trasferirvi:

    • Audi E7X: Questo mega-SUV elettrico fa parte della nuova strategia “AUDI” (scritto così, senza quattro anelli). Sviluppato con FAW e SAIC, è pensato esclusivamente per i gusti locali (design minimalista, grande schermo). Non arriverà in Europa .
    • Hyundai Ioniq V: Una berlina elettrica “tutta spigoli” (stile cyberpunk) lunga 4,9 metri con un maxi-schermo da 27 pollici. Primo modello Hyundai sviluppato ad hoc per la Cina. Non la vedremo da noi .
    • Freelander (Nuova Marca): Il mitico fuoristrada di Land Rover rinasce… come marca cinese sotto Geely. Il modello “Freelander 8” è un SUV ibrido da 5,10 metri prodotto e progettato in Cina. Non c’entra quasi più nulla con l’originale britannico .
    • Volkswagen ID. Era 9X: Gigantesco SUV elettrico sviluppato con il partner FAW. Pensato per le famiglie cinesi .

    ⚡ Il Verdetto: Un Futuro Già Scritto?

    Il Salone di Pechino 2026 ha un sapore agrodolce. Da un lato, c’è l’entusiasmo per una tecnologia che avanza rapidissima (batterie allo stato solido, 1.000 CV su auto di serie, schermi ovunque). Dall’altro, la consapevolezza che l’Europa rischia di diventare un mercato “conservatore”, dove arriveranno solo i modelli più economici e meno estremi di questa rivoluzione.

    Mentre i visitatori di Pechino si stupivano di auto volanti e SUV con 4 motori indipendenti, in Europa prepareremo i portafogli per accogliere la Smart #2 e la Leapmotor B05. Il baricentro si è spostato, e non sembra voler tornare indietro.

  • Jeep Renegade: il SUV che si è fatto brasiliano, esce di scena in Europa ma si rinnova in Sudamerica

    Jeep Renegade: il SUV che si è fatto brasiliano, esce di scena in Europa ma si rinnova in Sudamerica

    C’è una storia curiosa che arriva dal mondo dell’auto. Racconta di un SUV compatto, nato con l’ambizione di conquistare il mondo, che oggi sopravvive e si rinnova in un solo paese. Un po’ come quei film che negli Stati Uniti sono stati un flop, ma in Giappone sono diventati cult.

    Questa storia parla del Jeep Renegade, l’erede spirituale della leggendaria Willys, che dopo aver salutato l’Europa, gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, è diventato una “jabuticaba brasileira” – un’espressione che in portoghese indica qualcosa che esiste solo in Brasile, senza eguali in nessun’altra parte del mondo .

    E proprio in Brasile, dove è nato nel 2015 e dove ha venduto oltre 700.000 unità , il Renegade si prepara a un nuovo capitolo: un restyling per il 2026 che lo renderà più tecnologico, più moderno e, per la prima volta, ibrido .


    Addio Europa: il Renegade dice arrivederci (ma non a tutti)

    Il 2025 è stato l’anno della svolta. Stellantis ha confermato la fine della produzione del Renegade nello stabilimento italiano di Melfi, dopo un crollo verticale delle vendite in Europa: appena 7.000 unità nei primi dieci mesi dell’anno, contro le 80.000 che il modello riusciva a vendere annualmente nel suo periodo d’oro .

    Non è stato un addio improvviso. Già nel 2021 la produzione era cessata in Cina, nel 2023 negli Stati Uniti, poi in Russia . Il Renegade, che per anni aveva rifornito tre continenti, si è ritrovato a combattere su un unico fronte: il Sudamerica. E più precisamente, il Brasile.

    La decisione di Stellantis è chiara: in Europa il futuro si chiama Avenger, il nuovo SUV compatto della Jeep che condivide la piattaforma con Peugeot 2008 e Opel Mokka . Per il vecchio continente, il Renegade aveva semplicemente esaurito il suo tempo.

    Ma in Sudamerica, e specialmente in Brasile, la musica è diversa. Qui il Renegade continua a vendere: oltre 32.000 unità nei primi nove mesi del 2025, un risultato che lo tiene in piena corsa contro rivali del calibro di Volkswagen T-Cross, Hyundai Creta e Chevrolet Tracker .


    Il restyling 2026: dentro cambia (quasi) tutto

    Proprio quando in Europa si chiudeva il sipario, in Brasile si accendevano i riflettori su un Renegade rinnovato. La terza reestilização della sua carriera brasiliana  arriva nel 2026 con un obiettivo preciso: ringiovanire il SUV senza stravolgerne l’identità.

    Fuori: il minimo indispensabile

    Chi si aspetta un restyling rivoluzionario rimarrà deluso. Le modifiche esterne sono conservative, quasi timide: paraurti ridisegnati, una calandra con le sette fenditure leggermente aggiornata, nuovi cerchi in lega da 17 o 18 pollici e una firma luminosa ritoccata . La forma generale, quella forma squadrata che ha reso il Renegade riconoscibile al primo sguardo, resta immutata.

    Ed è probabilmente una scelta voluta. Il Renegade ha un look “senza tempo”, da vero Jeep, e stravolgerlo avrebbe significato rischiare di perdere quel pubblico che lo apprezza proprio per il suo carattere avventuroso .

    Dentro: la vera rivoluzione

    Se fuori le novità sono un sussurro, dentro è un urlo. L’abitacolo del Renegade 2026 cambia volto, e lo fa avvicinandosi ai fratelli maggiori Compass e Commander .

    Il cuore della novità è il nuovo schermo touchscreen da 10,1 pollici in posizione flottante, che sostituisce il vecchio display incassato nella plancia . È più alto, più vicino al campo visivo del guidatore, e soprattutto più moderno. Il sistema multimediale integra ora Amazon Alexa e promette una connettività di livello superiore .

    Accanto al grande schermo centrale, il quadro strumenti diventa digitale con un display da 7 pollici . La console centrale è stata ridisegnata, i materiali rivisti, le sedute hanno nuovi rivestimenti. E sulle versioni Sahara e Willys, arriva finalmente la regolazione elettrica del sedile del conducente .

    È l’aggiornamento che il Renegade aspettava da anni. Perché, non dimentichiamolo, questo SUV è ancora sulla sua prima generazione, lanciata nel 2015. Dieci anni senza un vero cambio generazionale si fanno sentire, e il restyling del 2026 è un tentativo di tenere vivo l’interesse in attesa della vera novità .


    La grande svolta: arriva l’ibrido (e non è quello europeo)

    Ma la novità più importante è sotto il cofano. Per la prima volta nella sua storia, il Renegade diventa ibrido. E lo fa con una soluzione pensata specificamente per il mercato brasiliano, diversa da quella adottata in Europa .

    Il sistema è un mild hybrid a 48 volt (MHEV), che affianca al motore a combustione due piccoli motori elettrici: uno sostituisce l’alternatore, l’altro lavora insieme al cambio . L’obiettivo è ridurre consumi ed emissioni, soprattutto nel traffico cittadino, con il sistema che gestisce automaticamente il passaggio tra funzionamento elettrico, ibrido e termico a seconda delle situazioni .

    Ma c’è una differenza fondamentale rispetto all’ibrido europeo. In Europa, la versione mild hybrid del Renegade utilizza un motore 1.5 turbo da 130 CV. In Brasile, invece, la base è il collaudato 1.3 turbo flex T270, lo stesso che oggi equipaggia il Renegade con 176 CV e 27,5 kgfm di coppia .

    La combinazione con il sistema a 48V potrebbe portare la potenza complessiva vicina ai 200 CV . Un bel salto in avanti, che renderebbe il Renegade ibrido brasiliano non solo più efficiente, ma anche più performante della versione europea.

    E la trazione integrale? Resta, ed è ancora un optional rarissimo nel segmento dei SUV compatti. La versione Willys, ispirata ai Jeep storici, conserva la trazione 4×4 con riduttore, differenziale bloccabile elettronicamente e sospensioni rialzate . Per chi cerca un vero fuoristrada in formato compatto, il Renegade rimane l’unica scelta sul mercato.


    Prezzi: più accessibile per restare competitiva

    Con l’arrivo dell’Avenger in Brasile nel 2026, il Renegade dovrà farsi spazio in una gamma Jeep che si arricchisce. La strategia di Stellantis è chiara: il Renegade si posizionerà leggermente più in alto, lasciando all’Avenger il ruolo di entry level .

    Ma questo non significa rincari. Anzi, per la linea 2026 Jeep ha operato una riduzione dei prezzi fino a 15.000 real (circa 2.500 euro) su alcune versioni . Ecco la nuova gamma:

    VersionePrezzo (real)Caratteristiche principali
    SportR$ 118.290Nuova versione d’ingresso, motore 1.3 T270 176 CV, trazione anteriore
    AltitudeR$ 142.990Interni più ricchi, cerchi da 17″, ADAS di serie
    LongitudeR$ 156.990Chiave presenziale, partenza remota, cerchi da 18″, interni in pelle
    SaharaR$ 169.990Sensori anteriori, tetto panoramico, dettagli esclusivi
    WillysR$ 182.990Trazione 4×4 con riduttore, sospensioni rialzate, pneus ATR
    10 AnniR$ 185.990Edizione limitata a 1.010 unità, base Willys con dettagli celebrativi

    La versione Sport, con il motore 1.3 turbo e 176 CV, parte da circa 18.900 euro al cambio attuale. Un prezzo molto competitivo, che la tiene in corsa con rivali come Volkswagen T-Cross e Hyundai Creta .

    Le versioni ibride (Altitude, Longitude e Sahara) dovrebbero mantenere prezzi allineati a quelli attuali, con un sovrapprezzo contenuto che non dovrebbe superare i 5.000-7.000 real rispetto alle omologhe termiche .


    E il futuro? Una nuova generazione all’orizzonte

    Il restyling del 2026 non è l’ultima fermata. Jeep sta già lavorando a una nuova generazione del Renegade, attesa dopo il 2027 .

    Sarà un SUV più grande, più tecnologico, con una piattaforma aggiornata e probabilmente una versione completamente elettrica. L’obiettivo è distinguerlo nettamente dall’Avenger, che resterà il modello più compatto della gamma .

    Fino ad allora, però, il Renegade continuerà a vivere la sua seconda giovinezza in Brasile, l’unico paese al mondo dove ancora si produce e dove, evidentemente, c’è ancora chi lo ama.


    Perché il Renegade funziona (ancora) in Brasile

    La domanda sorge spontanea: come mai un modello che in Europa e negli Stati Uniti ha visto calare drasticamente le vendite, in Brasile continua a essere così popolare?

    Le ragioni sono diverse.

    Innanzitutto, il prezzo. In Brasile, il Renegade è posizionato in modo competitivo, con una versione d’ingresso che parte da circa 18.900 euro. Un prezzo accessibile per un SUV dal look robusto e dal marchio riconosciuto.

    Poi, la trazione integrale. Nel segmento dei SUV compatti brasiliani, il Renegade è l’unico a offrire una vera trazione 4×4 con riduttore . Per chi vive in zone rurali, affronta strade sterrate o semplicemente vuole un’auto capace di andare oltre l’asfalto, è un valore aggiunto che nessun concorrente può offrire.

    Infine, il fattore “Jeep”. In Brasile, il marchio Jeep ha un’eredità forte, legata all’immagine di robustezza e avventura. Il Renegade, con il suo look squadrato e il suo DNA fuoristradistico, incarna perfettamente questo spirito. È l’auto di chi vuole sentirsi un po’ esploratore, anche se poi la usa prevalentemente in città.


    Conclusione: il Renegade non muore, si trasferisce

    La storia del Jeep Renegade è una di quelle che fanno riflettere sulle differenze tra mercati. Quello che in Europa è diventato un modello da pensionare, in Brasile è ancora una colonna portante.

    Con il restyling del 2026, il Renegade riceve quel che gli serviva: un interno finalmente moderno, una tecnologia aggiornata e un cuore ibrido che lo proietta verso il futuro. Senza perdere ciò che lo ha reso speciale: il look inconfondibile, la robustezza e quell’unica, irrinunciabile trazione integrale che nel suo segmento nessuno offre più.

    Il Renegade non è morto. È solo andato in vacanza in Brasile. E chissà che, quando la nuova generazione arriverà dopo il 2027, non decida di rifare le valigie e tornare a far visita anche all’Europa.

  • Sogno infranto: Sony e Honda cancellano Afeela, il progetto elettrico che doveva sfidare la Cina

    Sogno infranto: Sony e Honda cancellano Afeela, il progetto elettrico che doveva sfidare la Cina

    Sembrava l’unione perfetta: il gigante dell’elettronica Sony, con la sua esperienza in software, gaming e intrattenimento, stretto la mano al colosso automobilistico Honda, maestro di ingegneria e produzione. Insieme, avrebbero dato vita a Afeela, un brand di auto elettriche premium destinato a rivoluzionare il concetto di mobilità connessa. Invece, a soli mesi dal lancio previsto, tutto è crollato.

    Il 25 marzo 2026, Sony Honda Mobility (SHM) ha annunciato la sospensione definitiva dello sviluppo e del lancio dei suoi modelli elettrici . La prima vittima è la berlina Afeela 1, già pronta per la produzione e attesa per fine 2026, seguita dal SUV previsto per il 2028 . Una decisione che suona come un colpo di scena epocale, ma che in realtà è il risultato di un ripensamento strategico ben più ampio da parte di Honda.

    Ma andiamo con ordine.


    Una fine annunciata: perché Afeela non si farà

    La joint venture tra Sony e Honda era nata nel 2022, nel pieno dell’entusiasmo per l’elettrico, con l’ambizione di combinare le competenze hardware di Honda con l’anima digitale di Sony . L’obiettivo? Creare veicoli “ad alto valore aggiunto”, capaci di trasformarsi in spazi di intrattenimento su ruote, con la promessa (mai mantenuta) di integrare persino la console PlayStation 5 a bordo .

    Il progetto era già in fase avanzata. L’Afeela 1 era stata presentata con grande clamore al CES di Las Vegas, era già ordinabile in California con un deposito di 200 dollari, e la produzione era stata avviata nello stabilimento Honda in Ohio . I prezzi erano da segmento premium: 89.900 dollari per la versione base, fino a superare i 102.000 dollari per il top di gamma .

    E invece, la doccia fredda.

    La scelta di cancellare tutto è arrivata dopo che Honda ha annunciato una radicale revisione della propria strategia di elettrificazione . In una nota ufficiale, le due aziende hanno spiegato che il progetto non era più sostenibile perché le “tecnologie e risorse” che Honda avrebbe dovuto mettere a disposizione non sarebbero più state disponibili come previsto .


    Il nodo finanziario: Honda in rosso per la prima volta nella storia

    Il vero detonatore della crisi si chiama bilancio. Il 12 marzo 2026, Honda ha diramato un allarme che ha fatto tremare l’intero settore: per l’anno fiscale in chiusura, la casa nipponica prevede una perdita netta compresa tra 4200 e 6900 miliardi di yen, l’equivalente di circa 27-44 miliardi di euro .

    Si tratta della prima perdita netta dalla sua fondazione nel 1957 . Il dato ha fatto crollare il titolo a Wall Street e ha costretto l’azienda a rivedere completamente le proprie priorità. Le perdite operative legate alla sola divisione elettrica sono stimate in 7000 miliardi di yen (circa 44 miliardi di euro) .

    Dietro questo tracollo ci sono diversi fattori, tutti convergenti:

    • Il mercato elettrico globale sta rallentando, soprattutto negli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha cancellato gli incentivi all’acquisto 
    • La concorrenza cinese ha reso obsoleti molti progetti occidentali in termini di rapporto qualità-prezzo 
    • I costi di sviluppo delle nuove piattaforme sono esplosi, senza un adeguato ritorno dalle vendite

    Di fronte a questo scenario, Honda ha deciso di frenare bruscamente. Il nuovo corso è chiaro: stop ai progetti elettrici più ambiziosi, riduzione degli obiettivi di vendita (l’azienda ha abbassato il target globale per il 2030 da 2 milioni a 700-750.000 unità) e ritorno a un focus più solido sugli ibridi, dove i margini sono più certi e la domanda resta stabile .


    Non solo Afeela: Honda cancella anche la Serie 0

    Afeela non è l’unica vittima di questa tempesta. Lo stesso giorno in cui Sony e Honda annunciavano la fine della loro joint venture, Honda ha confermato la cancellazione della piattaforma 0 Series, che doveva essere il cuore della sua futura gamma elettrica globale .

    Erano previsti tre modelli: la 0 Saloon (una berlina dal design futuristico), la 0 SUV (un crossover compatto) e la Acura RSX elettrica per il mercato americano . Tutti dovevano essere prodotti in Ohio, a partire proprio dal 2026. Invece, il progetto è stato interrotto prima ancora di entrare in produzione.

    Le motivazioni sono le stesse che hanno ucciso Afeela: un mercato elettrico che cresce meno del previsto e, soprattutto, l’incapacità di competere con i costi e la qualità dei produttori cinesi . Honda ha ammesso candidamente di non essere in grado di offrire “un rapporto qualità-prezzo migliore rispetto ai nuovi produttori di veicoli elettrici” .

    Un’ammissione pesantissima, che fotografa il momento storico: le aziende giapponesi, un tempo leader indiscussi dell’industria automobilistica, oggi arrancano di fronte all’avanzata cinese.


    La contro-mossa: la Cina diventa il fornitore di Honda

    E qui arriva il colpo di scena finale. Mentre cancellava i suoi progetti più ambiziosi, Honda ha annunciato una mossa che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile: importerà in Giappone auto elettriche prodotte in Cina .

    Si tratta della Honda Insight, una berlina elettrica prodotta nello stabilimento cinese di Dongfeng (la joint venture tra Honda e il partner locale) e basata sulla piattaforma e:N sviluppata proprio in Cina . Le prime consegne in Giappone sono attese per la primavera 2026 .

    Un’inversione di rotta storica. Per decenni, il Giappone ha esportato tecnologia e auto in Cina. Oggi, con il mercato cinese che è diventato il più avanzato al mondo per l’elettrico, il flusso si inverte: le auto elettriche “made in China” tornano in patria .

    La mossa è anche simbolica. Il nome “Insight” non è stato scelto a caso: era il nome della prima ibrida Honda lanciata nel 1999, oggi riutilizzato per un’elettrica cinese . Un modo per “mascherare” l’origine del veicolo e renderlo più accettabile al pubblico giapponese, storicamente fedele al “made in Japan”.


    Cosa resta del sogno Afeela?

    Per Sony, la fine di Afeela è un duro colpo. L’azienda aveva investito molto in questo progetto, vedendolo come il trampolino di lancio per il suo ingresso nel settore automotive come protagonista, non solo come fornitore di componenti . Con il ritiro di Honda, Sony si ritrova con un progetto nato ma senza le gambe per camminare.

    Per i clienti che avevano già prenotato l’Afeela 1, è previsto il rimborso integrale del deposito .

    Per il mercato, invece, resta l’amaro in bocca. L’Afeela 1 era uno dei progetti più attesi nel segmento premium, con un’attenzione maniacale all’esperienza digitale e all’intrattenimento di bordo. La sua cancellazione, insieme alla fine della Serie 0, rappresenta un segnale preoccupante per l’intera industria occidentale: produrre auto elettriche competitive senza l’appoggio di una filiera e di un ecosistema tecnologico all’altezza della Cina è sempre più difficile.


    Cosa ci aspetta?

    Honda ha annunciato che presenterà il suo nuovo piano strategico a medio-lungo termine nel mese di maggio 2026 . Ci si aspetta un ridimensionamento ulteriore degli obiettivi elettrici e un ritorno di fiamma sugli ibridi, dove l’azienda ha ancora una solida reputazione.

    Per quanto riguarda Sony, resta da vedere se cercherà un nuovo partner per portare avanti il progetto Afeela in solitaria o se abbandonerà del tutto l’idea di costruire auto. Per ora, l’unica certezza è che il matrimonio tra il gigante dell’elettronica e il colosso dell’auto è già finito.

    E con esso, forse, l’illusione che l’Occidente possa tenere il passo della Cina nell’era dell’elettrico.

  • Fiat Pandina 2028: la nuova citycar “low cost” arriva dalla Cina (tramite Leapmotor)

    Fiat Pandina 2028: la nuova citycar “low cost” arriva dalla Cina (tramite Leapmotor)

    La Fiat Panda è da sempre l’auto del popolo. Pratica, simpatica, accessibile. E ora, dopo decenni di onorato servizio, si prepara a cambiare pelle. Forse anche più di quanto immaginiamo.

    Secondo le ultime indiscrezioni, la futura Fiat Pandina – erede dell’attuale citycar – dovrebbe fare il suo debutto sotto forma di concept car al Salone di Parigi nell’ottobre 2026, con la produzione che potrebbe avviarsi tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028 . Ma la vera sorpresa sta sotto la pelle: la nuova Pandina potrebbe nascere su una piattaforma di origine cinese.

    Piattaforma Leapmotor: la svolta low cost

    Stellantis sta spingendo l’acceleratore sulla collaborazione con Leapmotor, il marchio cinese di cui detiene una quota di maggioranza. Secondo le ultime voci, la nuova Fiat Pandina, insieme alla futura Citroën C1 (che farà il suo ritorno sul mercato) e alla prossima Fiat 500, potrebbe adottare proprio una piattaforma derivata da Leapmotor .

    Una scelta che avrebbe un obiettivo chiaro: abbattere i costi. La piattaforma cinese permetterebbe di offrire la Pandina a prezzi aggressivi, con cifre che secondo le indiscrezioni potrebbero partire sotto i 15.000 euro sia per la versione ibrida che per quella elettrica, andando a sfidare la nuova Renault Twingo elettrica.

    Ma non temete: lo stile sarà inconfondibilmente Fiat. Il design della nuova Pandina si discosterà dall’attuale generazione per avvicinarsi a quello della Grande Panda, di cui sembrerà una sorta di “versione mini” .

    ModelloDebutto previstoPiattaformaPrezzo stimato
    Fiat PandinaFine 2027 / inizio 2028Leapmotor (condivisa con Citroën C1)< 15.000 €
    Fiat 500 (nuova generazione)Da definireLeapmotorDa definire
    Citroën C1 (ritorno)Da definireLeapmotor< 15.000 €

    La produzione resta in Italia (per ora)

    Una buona notizia per il made in Italy: la nuova Pandina dovrebbe continuare a essere prodotta nello storico stabilimento Stellantis di Pomigliano d’Arco, in Campania, dove nasce l’attuale generazione . Un segnale importante, che conferma l’attenzione del gruppo verso gli stabilimenti italiani nonostante le partnership internazionali.

    Le idee più chiare dal 21 maggio

    Per avere conferme ufficiali e dettagli più precisi, bisognerà attendere il 21 maggio 2026, quando Antonio Filosa (CEO di Stellantis) svelerà il nuovo piano strategico del gruppo . A ottobre, poi, il Salone di Parigi ospiterà la concept car che anticipa il modello definitivo .


    La gamma Panda si allarga: Giga Panda e Fastback in arrivo nel 2026

    Mentre la Pandina si prepara al debutto del 2028, la famiglia Panda sta già vivendo una vera e propria esplosione. Il 2026 sarà l’anno del rinnovo, con l’arrivo di due nuovi modelli destinati a coprire segmenti di mercato più ampi.

    Giga Panda: il SUV di famiglia lungo 4,4 metri

    Al vertice della nuova gamma troveremo la cosiddetta “Giga Panda” (nome ancora ufficioso), un SUV lungo circa 4,4 metri che si posizionerà nel cuore del segmento C, andando a rivaleggiare con auto come la Dacia Duster . Il debutto ufficiale è atteso per il Salone di Parigi nell’ottobre 2026, insieme alla versione Fastback .

    La Giga Panda nascerà sulla piattaforma Smart Car di Stellantis, la stessa utilizzata da Grande Panda, Citroën C3 Aircross e Opel Frontera . Una base tecnica flessibile e pensata per contenere i costi.

    Motorizzazioni previste :

    • Full hybrid: motore 1.2 PureTech con cambio automatico a 6 rapporti, potenza fino a 145 CV
    • Elettrica: da 113 CV con batterie da 44 kWh o 54 kWh
    • Benzina tradizionale: per alcuni mercati extraeuropei

    Dal punto di vista stilistico, la Giga Panda riprenderà il family feeling della Grande Panda, con i caratteristici fari a LED a grafica “pixel” e un frontale che sottolinea l’anima elettrificata del modello . Sarà disponibile sia in versione a 5 posti che, secondo alcune indiscrezioni, a 7 posti .

    Panda Fastback: il SUV coupé dal look sportivo

    Accanto alla Giga Panda “classica”, Fiat lancerà anche una versione Fastback, un SUV dalla linea più filante e sportiva, con un tetto spiovente che richiama la Citroën Basalt . Anche questo modello debutterà al Salone di Parigi nell’ottobre 2026 .

    La Fastback condividerà con la Giga Panda la piattaforma Smart Car e la stessa gamma di motorizzazioni, ma si distinguerà per un design più accattivante e un posizionamento più “premium” all’interno della famiglia Panda .

    Le foto spia dei prototipi quasi definitivi rivelano alcuni dettagli interessanti :

    • Anteriori: fari full LED più sottili e moderni rispetto alla Grande Panda, con estensioni a forma di “lacrima”
    • Interni: cruscotto digitale da 10 pollici e touchscreen centrale da 10,25 pollici, con un allestimento che promette materiali di qualità superiore
    • Posteriori: gruppi ottici posizionati nella parte alta del portellone, con grafica a LED che sottolinea la larghezza del veicolo

    La Fastback potrebbe essere disponibile anche in una versione più performante, forse con il marchio Abarth, anche se al momento si tratta solo di indiscrezioni .


    Le altre novità della gamma Fiat 2026

    Il rinnovamento di Fiat non si ferma alla famiglia Panda. Ecco un riepilogo delle principali novità per il 2026 :

    ModelloCaratteristicheProduzione
    Grande Panda termicaMotore 1.2 PureTech da 100 CV, cambio manualeSerbia (Kragujevac)
    Fiat 500 IbridaFireFly 1.0 da 65 CV, mild hybrid 12VStabilimento Mirafiori (Torino)
    Giga PandaSUV da 4,4 m, ibrido ed elettrico, 5/7 postiMarocco o Turchia
    Panda FastbackSUV coupé, stile sportivo, motorizzazioni ibride ed elettricheMarocco o Turchia

    Un’ombra: la produzione fuori dall’Italia

    Se la Pandina resterà a Pomigliano, lo stesso non si può dire per i nuovi modelli di punta. Giga Panda e Fastback, secondo le indiscrezioni, dovrebbero essere prodotte fuori dai confini nazionali, tra Marocco e Turchia . Una scelta che solleva interrogativi sulla capacità di Stellantis di mantenere elevati standard qualitativi e, soprattutto, sulla tenuta occupazionale degli stabilimenti italiani.


    Conclusioni: una Panda per ogni esigenza

    Il futuro di Fiat si chiama Panda, ma in tutte le salse. La strategia del marchio è chiara: costruire una vera e propria famiglia attorno al nome più amato dagli italiani, coprendo ogni segmento di mercato.

    • Pandina (2028): la citycar low cost sotto i 15.000 €, su piattaforma Leapmotor
    • Grande Panda (già disponibile): la compatta di segmento B, cuore della gamma
    • Giga Panda (2026): il SUV familiare da 4,4 metri, per chi cerca spazio
    • Panda Fastback (2026): il SUV coupé dal look sportivo, per chi vuole distinguersi
    • Fiat 500 Ibrida (già disponibile): la citycar chic, prodotta a Mirafiori

    Un’offerta completa, che punta a presidiare ogni fascia di prezzo e ogni esigenza di mobilità. Con un occhio di riguardo all’accessibilità economica – grazie alla partnership con Leapmotor – e l’altro alla tradizione, con la produzione italiana che resta centrale per alcuni modelli chiave.

    Il 21 maggio 2026 avremo le idee più chiare. Restate sintonizzati.

  • Carburanti esauriti e prezzi alle stelle: la guerra in Iran mette in ginocchio l’Italia

    Carburanti esauriti e prezzi alle stelle: la guerra in Iran mette in ginocchio l’Italia

    I cartelli con la scritta “Carburante esaurito” stanno ricomparendo ai distributori italiani. Non è il panico, ma il risultato di una tempesta perfetta: la guerra in Medio Oriente che fa impennare il petrolio, un taglio delle accise che ha attirato gli automobilisti in massa verso i distributori più convenienti e la paura che il conflitto possa prolungarsi con conseguenze ancora più drammatiche. E mentre la Slovenia ha già introdotto il razionamento, in Italia si teme il peggio.


    Il cartello “esaurito” fa la sua comparsa

    Nelle scorse settimane, automobilisti di diverse zone d’Italia hanno fatto i conti con una sorpresa sgradita: arrivati al distributore, si sono trovati davanti il cartello “carburante esaurito” . A Como, Aosta e in alcuni comuni della provincia di Treviso, diversi benzinai sono rimasti senza benzina e diesel, incapaci di soddisfare la domanda dei cittadini .

    Ma a differenza di quanto si potrebbe pensare, il fenomeno non dipende soltanto dalla chiusura dello Stretto di Hormuz – il passaggio cruciale da cui transita circa il 33% del petrolio mondiale . La causa immediata è più prosaica, ma non meno preoccupante.

    Il taglio delle accise: una misura che si è rivelata un boomerang?

    Il 19 marzo, il governo Meloni ha varato un decreto carburanti con una misura simbolo: il taglio delle accise di 25 centesimi al litro, valido per 20 giorni . L’obiettivo dichiarato era quello di calmierare i prezzi, portando il gasolio sotto la soglia psicologica dei 2 euro al litro .

    L’effetto, però, non è stato quello sperato. Gli automobilisti, attratti dallo sconto, si sono riversati in massa verso i distributori con i prezzi più bassi, prosciugando le scorte immediate di molti benzinai . I rifornimenti, solitamente effettuati una volta alla settimana, non hanno retto l’urto della domanda concentrata.

    La tattica però non è sbagliata, dato che gli aumenti sono all’ordine del giorno e che le disponibilità iniziano a scarseggiare, portando ovviamente al panico.

    Ma il problema è un altro: il taglio delle accise è stato quasi interamente assorbito dall’aumento del prezzo del petrolio . Il Codacons ha calcolato che in una sola settimana i risparmi sono stati “letteralmente mangiati dai rincari dei listini alla pompa” . Per il gasolio, la riduzione effettiva rispetto al giorno precedente il taglio è stata di appena 6 centesimi di euro al litro, contro i 24,4 della misura fiscale . Un’autentica beffa per gli automobilisti.

    I numeri della crisi: prezzi in continua ascesa

    I dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) raccontano una situazione in peggioramento. Alla data del 30 marzo 2026, il prezzo medio del gasolio in modalità self lungo la rete stradale nazionale ha raggiunto 2,055 euro al litro, mentre la benzina si è attestata a 1,746 euro/litro .

    Sulle autostrade il costo è ancora più alto: il gasolio self viaggia a 2,118 euro/litro, la benzina a 1,813 euro/litro .

    E la situazione potrebbe peggiorare drasticamente il 7 aprile, quando il taglio delle accise scadrà. Secondo il Codacons, senza una proroga, il gasolio supererebbe rapidamente i 2,3 euro al litro, mentre la benzina sfiorerebbe quota 2 euro .

    Il primo campanello d’allarme: la Slovenia introduce il razionamento

    Mentre in Italia si discute di proroghe e misure tampone, un paese vicino ha già preso provvedimenti ben più drastici. La Slovenia è diventata il primo paese dell’Unione Europea a introdurre limitazioni alla quantità di carburante per veicolo .

    Il sistema prevede l’utilizzo di codici QR alle pompe e un meccanismo a targhe alterne, simile a quello già adottato in Sri Lanka, Bangladesh e Pakistan nelle scorse settimane . La notizia è stata diffusa dall’analista indipendente Shanaka Anslem Perera, che ha sottolineato come la Slovenia rappresenti un “segnale” per tutta l’Europa: quando il primo paese dell’UE adotta misure di razionamento, significa che “i meccanismi di sicurezza hanno fallito” .

    La domanda, secondo Perera, non è se altri paesi europei seguiranno l’esempio della Slovenia, ma quando lo faranno .

    Le proteste dei camionisti: fermo nazionale dei Tir

    La situazione è diventata insostenibile per l’autotrasporto. Trasportounito, l’associazione dei camionisti, ha proclamato un fermo nazionale dei Tir dal 20 al 25 aprile 2026 . La decisione arriva nonostante le “controindicazioni espresse dalla commissione Garanzia sciopero” .

    Il presidente di Trasportounito, Franco Pensiero, parla di “assoluta emergenza, causata dal rincaro fuori controllo del carburante, il quale incide in modo letale su bilanci già fragilissimi delle imprese di autotrasporto” .

    Anche Unatras, altra associazione di categoria, ha indetto assemblee permanenti nelle piazze di 100 città italiane, definendo la situazione “oramai insostenibile” . Unatras denuncia che parte della committenza “non solo non riconosce gli incrementi dei costi dovuti al carburante, ma arriva addirittura a chiedere ulteriori sconti” .

    Scenario incubo: verso i 200 dollari al barile?

    Se la guerra in Iran dovesse prolungarsi, come tutto lascia temere, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Il senatore del Partito Democratico Antonio Misiani, in un’intervista a l’Unità, ha parlato di uno “scenario incubo” in cui il greggio potrebbe superare i 150 dollari al barile .

    Alcuni analisti internazionali spingono l’asticella ancora più in alto. Secondo un’analisi pubblicata su Nasdaq, l’ipotesi di un petrolio a 200 dollari al barile viene attivamente modellata da società come Vanguard e RBC . Le conseguenze sarebbero devastanti:

    • La benzina supererebbe i 6,50-7,00 dollari al gallone negli Stati Uniti (equivalenti a circa 1,70-1,85 euro al litro, ma con meccanismi economici diversi)
    • Si innescherebbe una recessione con contrazione del PIL tra -1,5% e -2,5%
    • L’inflazione tornerebbe a livelli a due cifre, con la BCE costretta ad alzare ulteriormente i tassi 

    Italia vulnerabile: il peso delle importazioni

    L’Italia, secondo Misiani, è tra i paesi europei più esposti alla crisi. “Noi importiamo tre quarti dell’energia che consumiamo e rimaniamo estremamente dipendenti dai combustibili fossili. Il nostro mix energetico è tutt’ora fortemente sbilanciato sul gas” .

    Un prolungato aumento dei prezzi del petrolio e del gas provocherebbe un forte aumento dell’inflazione, portando la BCE ad aumentare i tassi di interesse. La nostra economia, che aveva chiuso il 2025 con una crescita debolissima, “finirebbe dritta in recessione” .

    Il nodo speculazione: chi ci guadagna?

    In mezzo alla crisi, emergono accuse di speculazione. Le organizzazioni di categoria dei gestori Faib Confesercenti e Fegica hanno inviato una segnalazione formale a Mister Prezzi, denunciando che “nessuna compagnia petrolifera ha ancora ottemperato all’obbligo” di pubblicare i prezzi consigliati sui propri siti, come imposto dal decreto carburanti .

    Secondo la senatrice del Movimento 5 Stelle Mariolina Castellone, “questa guerra ci sta costando 80 milioni al giorno, 16 milioni solo in carburanti. Dall’altro lato le compagnie energetiche hanno già incassato 83 miliardi di extra-profitti” .

    Il governo ha introdotto un meccanismo “antispeculazione” che lega il prezzo del carburante all’andamento reale del petrolio, con sanzioni per chi si discosta . Ma secondo il Partito Democratico, si tratta di “una misura solo di facciata” .

    Le possibili conseguenze: razionamenti e targhe alterne

    Se la guerra continuerà, l’Italia potrebbe essere costretta ad adottare misure sempre più drastiche. L’esempio della Slovenia è già stato citato da più parti come un possibile modello.

    Le misure potrebbero includere:

    • Razionamento del carburante con limiti di volume per veicolo
    • Sistema a targhe alterne per l’accesso ai distributori
    • Codici QR per tracciare i rifornimenti 

    Inoltre, la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz non blocca solo il petrolio, ma anche i fertilizzanti. I paesi del Golfo forniscono il 49% delle esportazioni mondiali di urea. Senza fertilizzanti, i raccolti si ridurrebbero del 5-10% nella prossima stagione agricola, con il rischio di passare dal razionamento del carburante a quello del cibo .

    Cosa ci aspetta?

    Il 7 aprile rappresenta il primo snodo cruciale: il taglio delle accise scade e il governo dovrà decidere se prorogarlo o meno. La pressione dei camionisti, con il fermo nazionale programmato dal 20 al 25 aprile, aggiungerà ulteriore tensione.

    Ma la vera variabile è geopolitica. Come ha sottolineato Antonio Misiani, “se la guerra terminasse in tempi brevi, è probabile che le tensioni sui prezzi energetici verrebbero riassorbite abbastanza rapidamente. Se invece le ostilità proseguissero per settimane o addirittura per mesi, le prospettive sarebbero catastrofiche” .

    Ad ogni modo la distruzione degli impianti petroliferi del golfo e il tempo necessario per la navigazione ci fanno pensare che anche se la guerra finisse in questo istante, i tempi per rimettere le cose a posto saranno comunque lunghi, se invece la guerra continuasse, la concorrenza dei paesi asiatici che non hanno alternativa per il rifornimento dei prodotti petroliferi non farà altro che far lievitare ancora di più i prezzi.

    Per gli automobilisti italiani, il consiglio è uno solo: occhio ai distributori più economici (potrebbero esaurire le scorte più rapidamente) e prepararsi a un’autonomia di guida ridotta. Perché se la Slovenia è solo l’inizio, il peggio potrebbe ancora arrivare.